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domenica 28 novembre 2010

Daniel Dennett e la storia del pandemonio neuronale

Lo so, lo so che non vi sentite delle "scimmie tecno-digitali", ma d'altronde da lì veniamo da un punto di vista evolutivo e non dobbiamo vergognarcene più di tanto a patto di essere il più possibile critici e consapevoli su ciò che facciamo o che altri ci inducono a fare.
Come diceva Desmond Morris dopotutto siamo delle "scimmie nude" , ma chiaramente su questo substrato comportamentale da "primati" si è innestata l'evoluzione culturale e tutto ciò che ne è conseguito (vedi anche ad es. Luigi Cavalli Sforza, 2004).
Vi propongo adesso un video del filosofo Daniel Dennett di qualche anno fa sulla coscienza (ma la sua visione sul tema non è cambiata molto) che a sua volta ha proposto su Facebook l'amica Giovanna Di Giorgio, che pertanto ringrazio dello "stimolo" all'approfondimento.
E' per fortuna sottotitolato anche in italiano per cui basta che selezioniate la lingua in basso a sinistra nell'apposita finestra.

Il "Dennett pensiero" che emerge da questo video provo a sintetizzarlo nelle seguenti proposizioni:

1. Ognuno di noi si ritiene un esperto della coscienza per il fatto di essere un individuo pensante;
2. In realtà noi esprimiamo delle mere opinioni sulla coscienza come su altri argomenti, come ad es. il cambiamento climatico, senza essere degli esperti;
3. La nostra coscienza non è nient'altro che il risultato dell'interazione di "orde di neuroni", per la precisione 100 miliardi di cellule neuronali;
4. Vi è una perfetta identità fra stati neuronali e stati mentali;
5. Non ci sono cause o spiegazioni della coscienza che non siano squisitamente naturali e biologiche;
6. Non siamo coscienti di come il cervello percepisce la realtà esterna, i cui "dati" vengono "aggiustati" e previsti in maniera "bayesiana" e automatica (vedi i vari esempi di percezione delle immagini);
7. Non esiste un centro di comando all'interno del cervello che "dà ordini" a tutto il resto (negazione del cosiddetto "teatro cartesiano", detto anche "materialismo cartesiano");
8. Esiste tutt'al più una specializzazione funzionale delle aree del cervello (es. la specializzazione dei 2 emisferi cerebrali, la localizzazione delle funzioni soprattutto a breve termine della memoria nell'ippocampo ecc.).

Vediamo allora punto per punto in che modo e dove l'approccio di Dennett (che lui definisce eterofenomenologia) può essere considerato "riduzionista" attraverso le conseguenze di ogni assunto:

1. Questo punto mira ad escludere tout court il soggetto e la sua personale "teoria della mente", che potremmo definire "ingenua" o "folk psycology" (spiccatamente riduzionista) ;
2. Ne consegue che se il "soggetto non esperto" ha delle opinioni sulla coscienza e gli stati mentali, quindi esperienze soggettive di tali stati, tali esperienze non hanno alcun valore di cui la scienza debba tener conto. Quello che conta è l'osservazione "in terza persona" (spiccatamente riduzionista)
3. Il cosiddetto flusso di coscienza non è nient'altro che la dinamica dei miliardi di neuroni che compongono il cervello, ma non viene precisato quale tipo di dinamica (spiccatamente riduzionista);
4. Ne consegue che ad ogni stato mentale corrisponde sempre un unico ed identico stato cerebrale (configurazione neuronale), ossia che c'è una identità mente-cervello di tipo prevalentemente lineare e seriale, del tipo Turing-computazionale (riduzionista, adesione al funzionalismo computazionale);
5. Non ci sono cause extra-biologiche che originano la coscienza: si esclude, dunque, ogni metafisica della mente irriducibile alla fisica ed alla biologia del cervello (non riduzionista, ma "naturalista" ed anti-metafisico);
6. Il cervello ha dei meccanismi di funzionamento "a priori" che gli fanno percepire la realtà in una certa maniera (secondo certi "pattern") e questi meccanismi sono per noi quasi totalmente inconsci. Ne consegue una sorta di determinismo neurobiologico della percezione in cui la coscienza non interverrebbe quasi per nulla (riduzionista, "naturalista");
7. Non esiste un centro ed una periferia all'interno del cervello, ma è l'insieme delle "orde di neuroni" (il "pandemonio di homunculi dennettiano", cfr. Dennett 1991) che da' vita a pensieri e coscienza (non riduzionista, apertura alla scienza cognitiva postclassica ed al connessionismo);
8. Ci sono delle modularità del cervello associate alle varie funzioni mentali (non riduzionista, funzionalista, alcuni influssi della teoria computazional-rappresentazionale di Jerry Fodor).

In realtà Dennett non esclude del tutto la "psicologia del senso comune" o folk psycology, ma accetta implicitamente che "il fallimento della sopravvenienza degli stati mentali sugli stati computazionali comporti il divorzio fra la psicologia del senso comune, che è esternistica, e la psicologia scientifica, che è internistica (Paternoster, 2010)(l'internismo è una posizione in base alla quale il contenuto mentale viene considerato essenzialmente interno alla mente, mentre l'esternismo lo considera in parte determinato dall'ambiente).
Per Dennett, dunque, ci sono "due livelli di spiegazione, detti rispettivamente livello dei sistemi intenzionali (soggettivo e semantico) e livello del progetto (subpersonale e sintattico). Soltanto il funzionalismo computazionale è scientifico, ma questo non fa della psicologia del senso comune una teoria falsa, perché essa soddisfa criteri di adeguatezza quali coerenza interna e valore predittivo" (Paternoster, cit.).
In estrema sintesi, non viene negata la "realtà" del soggettivo, ma viene escluso che tale realtà possa essere oggetto di studio scientifico con teorie e modelli di tipo scientifico.
Ne consegue che per il nostro i "qualia" non esistono (ripeto, in senso scientifico) e che "nella versione dennettiana dell'eliminativismo si cerca di argomentare in favore dell'illusorietà della coscienza fenomenica combinando due strategie. Da un lato, Dennett riprende l'argomento comportamentistico, specificatamente wittgeinsteiniano, dell' impossibilità di riferirsi a stati privati: apparentemente noi parliamo come se avessimo stati privati di esperienza, ma un'attenta disamina di questo modo di parlare mostra come la supposta esistenza di tali stati non sia affatto un requisito necessario (comportamentismo logico, nda). Dall'altro lato, Dennett afferma che nel cervello non esiste un centro della coscienza, cioè un sistema centrale che coordina tutte le varie operazioni cognitive; esistono bensì una moltitudine di agenzie cognitive (Dennett li chiama anche "folletti" o "homunculi", nda) che operano in modo parallelo ed indipendente e l'impressione del controllo operato da un io cosciente scaturisce dal fatto che di volta in volta l'una o l'altra di tali agenzie guadagna l'accesso ai centri del linguaggio" (Paternoster, cit.).
Dunque, sarebbe l'emersione linguistica di questo "pandemonio neuronale" a dare l'impressione di un io cosciente e dei suoi qualia, che in realtà non ha una esistenza oggettiva e scientifica.
D'altronde non è chiaro per lo stesso Dennett come avvenga questa produzione linguistica, che dunque resta un grosso punto da chiarire se non si accetta la sopravvenienza degli stati "mentali" su quelli "computazionali" (di qualsiasi computazione si tratti).
Insomma, restano questi 100 miliardi di neuroni "indemoniati" che alla fine ce ne combinano di tutti i colori e per i quali non abbiamo una teoria soddisfacente che esprima come "diventino" l'insieme delle nostre esperienze, pensieri, parole.
Utilizzando la definizione di Ned Block che distingue una Coscienza-F (coscienza fenomenica, quella delle esperienze soggettive) ed una Coscienza-A (coscienza d'accesso, quella degli stati rappresentazionali e cognitivi, descrivibile in termini oggettivi ed in cui l'autocoscienza è una metarappresentazione ossia uno "stato mentale del secondo ordine" in cui riflettiamo su noi stessi), potremmo dire che Dennett non accetta nella maniera più assoluta l'esistenza della Coscienza-F e confida nel fatto che la scienza cognitiva riuscirà a spiegare la coscienza solo in termini di Coscienza-A.
Una buona visualizzazione grafica delle posizioni sullo studio della mente è quella di Francisco Varela nel suo saggio "Neurofonomenologia. Un rimedio metodologico al problema difficile" all'interno di "Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell'esperienza cosciente", a cura di M. Cappuccio, che riporto di seguito:

Dennett in qualche modo ha una posizione "mediana" tra un approccio fenomenologico proposto dallo stesso Varela (in prima persona) e uno riduzionistico-eliminativista come quello ad esempio di Paul e Patricia Churchland o di Francis Crick  e di Cristof Koch (approccio in terza persona e eliminazione degli stati mentali e rappresentazionali che sono ridotti a stati cerebrali tout court).
Come dice lo stesso Dennett (1991), d'altronde:

"La mia spiegazione della coscienza è tutt'altro che completa. Si potrebbe perfino dire che è stato solo un inizio, ma è un inizio perché rompe l'incantesimo creato dalle idee che fanno sembrare impossibile una spiegazione della coscienza. Io non ho sostituito una teoria metaforica, il Teatro Cartesiano, con una teoria non metaforica (letterale, scientifica). Tutto quello che ho fatto, realmente, è stato di sostituire una famiglia di immagini e metafore con un'altra: ho rimpiazzato il Teatro, il Testimone, l'Autore Centrale, il Figmento con il Software, le Macchine Virtuali, le Versioni Molteplici, un Pandemonio di Homunculi. E' solo una guerra di metafore - potresti dire - ma le metafore non sono solo metafore, le metafore sono gli strumenti del pensiero. Nessuno può riflettere sulla coscienza senza di esse, così è importante equipaggiarsi con il migliore insieme disponibile di strumenti. Guarda che cosa abbiamo costruito con i nostri strumenti. Avresti mai potuto immaginarlo senza di essi?"


Adesso è però ormai il tempo di teorie che non parlino solo di "homunculi" e di "pandemoni", ma che cerchino di spiegare la fisica della mente e correlarla alla sua neurobiologia, sperando che si possa addivenire ad una spiegazione non solo della Coscienza-A, ma anche di quella F, cosa per altro di cui molti dubitano.


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venerdì 26 novembre 2010

Come scimmie "tecno-digitali"?

Nel precedente post ho discusso delle "menti vaganti" e della tendenza che abbiamo a non essere focalizzati nel presente come possibile conseguenza della apertura logica della nostra mente. Questo stato di cose si è ipotizzato che abbia una diretta conseguenza sui nostri stati di infelicità, ma anche di felicità e creatività.
Osservando, però, i comportamenti sia miei sia delle persone che conosco on e off line mi sembra però che questa tendenza a vagare della mente sia più che controbilanciata da una tendenza strutturale, forse ancora più forte, a porre in essere degli schemi comportamentali consolidati e delle strategie cognitive ricorrenti. 
Sto parlando delle abitudini comportamentali e dei modi di interagire in ambito sociale e soprattutto cybersociale.
Se è vero che la nostra mente "vaga" continuamente (da cui, come è stato affermato, l'inutile tentazione di realizzare una improbabile "macchina leggi-pensieri") è anche vero che i nostri comportamenti sono di frequente molto standardizzati e spesso prevedibili, quindi anche manipolabili. E' come se la mente da un lato se ne andasse per "conto suo" lasciandosi fluire per lo più inconsapevolmente o con una consapevolezza "arrendevole" a processi "inconsci" (dinamiche complesse neurobiologiche e "multi-codice") mentre dall'altro si stabilizzasse (anche qui più o meno consapevolmente) su schemi abbastanza rigidi di interazione con sè stessa e con il mondo esterno (in questo giocano un fattore importante anche i memi culturali e le credenze). Questi schemi/abitudini possono essere di varia natura e possono essere sia il frutto di una sorta di successo evolutivo nella loro pratica e quindi avere fruttato a chi li possiede una utilità pratica (immagino ad es. i ruoli sociali altrimenti detti "maschera sociale"), ma possono essere anche delle "patologie" come ad esempio la dipendenza dalla droga, dall' alcol, stati di ansia continua o frequente, "tic comportamentali" ecc.
Nel caso di strategie cognitive che potremmo definire di "collaudato successo" l'abitudine comportamentale potremmo immaginarla come una sorta di adattamento utilitaristico al sistema nel quale si interagisce e quindi ad una sorta di principio economico del "massimo risultato con il minimo sforzo" o del "minimo danno" (ad esempio non di rado è più facile "sedurre" se si vuole convincere un terzo di una certa cosa piuttosto che cercare di spiegargliela razionalmente, oppure è più facile fare la "pecora nel gregge" che lottare in prima persona per un diritto ecc.) , mentre altre abitudini e schemi potremmo immaginare che siano acquisiti per una sorta di inerzia a non fare diversamente e quindi a "pensare criticamente" (qui trovi un articolo interessante sul pensiero critico di Tim Van Gelder intitolato "How are critical thinking skills acquired? Five perspectives"), altri schemi ancora possono essere di natura genetica o piuttosto epigenetica.
Tra gli schemi comportamentali indotti ci sono sicuramente quelli che ci vedono "protagonisti" nell'uso delle tecnologie in prevalenza digitali. Ecco che la manipolazione dei vari strumenti di cui disponiamo (cellulari, iPad, smartphone, pc portatili, videogames ecc.) diventa una sorta di rito abitudinario quotidiano, che spesso si trasforma in schemi automatici (il "mi piace" di Facebook può essere un esempio, ma anche l'uso a volte "ossessivo-compulsivo" dei cellulari e dei videogiochi) all'interno di schemi di comunicazione pre-fissati dalle varie applicazioni tecnologiche.
Questo agire e pensare per "schemi prefissati" - anche nel senso procedurale imposto dalle tecnologie - può portare a situazioni se vogliamo "inimmaginabili" pochi anni fa (ad es. relazioni che finiscono con una comunicazione su Facebook o con un sms, relazioni meramente virtuali, forme di "solipsismo tecnologico" ecc.) e ci dovrebbe far riflettere in che misura nel nostro utilizzo quotidiano di queste tecnologie ci comportiamo in maniera non difforme da una sorta di "scimmie tecno-digitali", in cui il comportamento imitativo e abitudinario è prevalente su quello critico e consapevole ed in cui la mediazione della tecnologia finisce per essere un comodo schermo alle proprie responsabilità di esseri umani.
Tra l'altro le nostre abitudini sono, come ben sappiamo, ampiamente monitorate sul Web dove a comprova di ciò da poco é stato avviato un progetto fra Google e IN-Q-Tel, una società che fornisce informazioni "intelligenti" alla CIA : si chiama Recorded Future e, come dice il nome, attraverso un algoritmo con il quale "setaccia" la rete si propone di prevedere i nostri comportamenti futuri.


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venerdì 19 novembre 2010

Menti vaganti

Un recente articolo su Le Scienze online intitolato "La mente che vaga rende infelici" ha recensito uno studio di Matthew A. Killingsworth e Daniel T. Gilbert della Harvard University in cui sembrerebbe che ci sia una correlazione tra la tendenza della mente umana alla "divagazione" e l'infelicità.
Ben il 46,9% del tempo di veglia degli intervistati sarebbe stato impiegato a pensare a qualcosa di diverso rispetto a quello che stavano facendo e questo risultato è stato associato ad un rischio di infelicità nell'ipotesi che pensare al "qui e ora" dovrebbe essere sinonimo di soddisfazione, come quando ad esempio si fa l'amore.
Ci si potrebbe chiedere allora se la nostra "tendenza all'infelicità" non possa essere una conseguenza della struttura della mente, che per quanto tentiamo di "governare" quotidianamente nelle attività che compiamo alla fine sembrerebbe che faccia decisamente tutt'altro andandosene spesso e volentieri a "fantasticare" per i fatti suoi.
Ma quale è la struttura della mente? Esiste una struttura precisa e codificata? E che relazioni ci sono tra questa ipotetica struttura e la coscienza?
Il tema, come ben sappiamo, è dei più spinosi perché parlare di "struttura della mente" ci pone di fronte intanto ad un problema ancora molto dibattuto, ossia cosa é la mente e che rapporti ci sono fra mente e cervello.
Parlare di mente e cervello presuppone già una sorta di "divisione" a priori fra la componente neurobiologica, ossia il cervello, ed una componente che in genere definiamo come psichica e che non sembrerebbe essere completamente riducibile a quell'ammasso molle, detto anche "wetware" in analogia con l'hardware dei computers, che è il cervello.
In filosofia della mente il problema dell'identità o meno fra cervello e mente è una questione a dir poco cruciale e ci sono svariati approcci che vanno dal riduzionismo fisicalista più radicale (identità fra cervello e mente, inesistenza dei qualia o stati coscienti soggettivi e delle rappresentazioni mentali, come ad es. nel connessionismo di Patricia e Paul Churchland o di Avshalom C. Elitzur) a forme di fisicalismo (o materialismo)  che tentano di distaccarsi dal riduzionismo con ipotesi anche molto diverse come quelle all'interno del funzionalismo (es. funzionalismo computazionalista di Jerry Fodor che si basa sulla natura simbolica del mentale che sopravviene al substrato neurobiologico e che ammette la realtà dei qualia e delle rappresentazioni mentali) o del cosiddetto emergentismo (la mente è una proprietà emergente del cervello, come ad esempio nell'approccio neurofenomenologico di Francisco Varela) fino a forme di vero e proprio dualismo ontologico fra mente e cervello in cui si ritiene che i principi della fisica e della biologia non siano in grado di spiegare la mente e le sue proprietà (la realtà della mente sarebbe in questo caso del tutto metafisica).
Nell'articolo "The character of consciousness" del blog Conscious Entities, che recensisce l'omonimo ultimo libro di David Chalmers (la cui "extended mind" del 1998 scritta assieme ad Andy Clark è stata tradotta per la prima volta in Italia nell'ultimo numero di Micromega 7/2010), si parla dell'annoso problema dei "neural correlates of consciousness" (NCC) e l'autore del blog a mio parere fa un bell'esempio quando dice:

"While some simple correspondences between neural activity and specific one-off experiences have long been well evidenced,  I’m pessimistic myself about the possibility of NCCs in any general, useful form.  I doubt whether we would get all that much out of  a search for the alphabetic correlates of narrative, though we know that the alphabet is in some sense all you need, and the case of neurons and consciousness is surely no easier."


Le lettere dell'alfabeto sono i "mattoni elementari" del linguaggio con i quali si costruisce ogni tipo di espressione e di "narrativa", ma non possiamo desumere dai mattoni che tipo di edifici possano venir fuori essendo la loro combinazione imprevedibile in maniera intrinseca e radicale: ne può uscir fuori un libro di poesie stupendo o un racconto decisamente noioso (a proposito, quale è il correlato neurale di "noioso"?...). La ricerca puntuale dell'identità dei correlati neurali con gli stati mentali è un pò come (l'inutile) ricerca dei correlati alfabetici della narrativa: resta il fatto che quest'ultima è "intrinsecamente irriducibile" alle singole lettere.
Ecco perché il tentativo di trovare una forma di identità fra livello neurobiologico e livello mentale-cosciente è in realtà l'idea di una "forma di identità ingenua di una corrispondenza biunivoca fra i due livelli e bisognerebbe piuttosto concludere che ad un livello descritto da un linguaggio cognitivo simbolico (livello "mentale", nda) non corrispondono gli stessi stati sub-simbolici (neurobiologici, nda). Quello che succede nel cervello è incomparabilmente più complesso e perciò i correlati neurali non andrebbero visti come semplici costituenti delle produzioni simboliche, ma piuttosto come un insieme di risorse che si attivano in risposta agli stimoli dell'ambiente e ricostruiscono ogni volta in maniera diversa risposte immagazzinate che noi descriviamo attraverso un modello simbolico dietro il quale c'è un'attività complessa ed opaca di continua emergenza a livello neuronale. In altre parole, un concetto può essere richiamato da situazioni che corrispondono a correlati neurali legati a dinamiche molto diverse fra loro" (Licata, 2008).

Se accettiamo il paradigma, invece, della mente come sistema complesso ed emergente dal cervello nel quale dunque esisterebbe una forma di "organizzazione multi-codice" delle connessioni neurali (sub-simboliche e simboliche con relative logiche differenti e irriducibili), possiamo immaginare che la struttura della mente di cui parlavamo sia non solo sintattica e computazionale (si parla di computazione naturale e analogica), ma semantica e rappresentazionale con la capacità di tipo "poietica" di sempre nuovi significati.
Un modello che sembra essere fecondo in tal senso è quello dell'apertura logica (i sistemi logicamente aperti sono in generale quelli "metastabili" e "lontani dall'equilibrio grazie a processi energetici molto complessi di feedback non lineari che contrastano la tendenza all'aumento dell'entropia e in cui dunque la chiusura logica salta perchè l'informazione necessaria per descrivere il comportamento non è interamente disponibile all'osservatore (Licata, 2008)").

L'idea è quindi che il sistema cervello-mente si trovi in una sorta di continuo stato "stocastico" (in cui le attività cognitive sono intimamente accoppiate alla interazione con l'ambiente e con sé stesso in maniera probabilistica) e anche di "indeterminazione semantica" in quanto è sostanzialmente imprevedibile "descrivere con un modello dell'osservatore (vds. Licata, ib.) la complessità del comportamento del sistema osservato" (cosa penseremo fra un minuto? E come diremo domani una cosa che abbiamo studiato ora? Che parole useremo e che idee ci verranno?).

Ne conseguirebbe che la struttura della mente sarebbe per sua natura tendente alla divagazione di cui parlavamo all'inizio di questo post e che pertanto è l'elevato grado di apertura logica della mente umana che la rende in qualche modo "apparentemente illogica" e tendente a quello "stato di infelicità" che scaturirebbe dal non "essere focalizzata nel presente".


Ovviamente c'è un risvolto positivo della medaglia: la grande potenzialità creativa che non potremmo avere se non fossimo predisposti all'infelicità, ma anche alla felicità, dalla nostra complessa architettura mentale. Insomma, siamo tutti un pò delle "menti vaganti" e questo stato è di tipo profondamente neurobiologico, ma non è proprio tutto negativo quello che ne esce (o emerge) fuori.
L'importante, però, è forse fare attenzione alle cose che contano davvero e questo è tutto un altro problema e spesso le conseguenze non sono delle migliori.

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Letture consigliate:
Alfredo Paternoster, Introduzione alla filosofia della mente, La Terza 2010;
Ignazio Licata, La logica aperta della mente, Codice 2008.



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sabato 6 novembre 2010

In teoria non c'è differenza fra teoria e pratica. In pratica si.

Parto da questa famoso aforisma di Yogi Berra - un ex giocatore americano di baseball - per fare una breve riflessione sul rapporto fra pubblico e privato nell'era digitale e dei social network.
Non è un argomento "nuovo" e quindi non affronterò il tema inflazionato, ma mai abbastanza, della privacy. Invece, vorrei soffermarmi sul fenomeno imperante della "messa in scena" del privato sui social network e, in generale, sulle varie applicazioni del Web 2.0 dove ciascuno di noi non esita a raccontare storie e informazioni spesso strettamente personali e ad esporre la parte migliore di sé, non di rado "buonista" e "benpensante".
Lawrence Peter "Yogi" Berra
In genere, il "medium" favorisce un processo psicologico di osservazione emotiva e partecipativa e, come ci accade al cinema, siamo più propensi a versare "lacrime" che non nella realtà, dove spesso regna l'indifferenza se non il cinismo di cui noi tutti siamo parte integrante.
Per tornare al titolo del presente post, il digitale ha operato - amplificando un fenomeno già in atto con la televisione - la rappresentazione "oscena" del privato fino al dilagante fenomeno del "porno 2.0" e dei social network erotici e contestualmente una rappresentazione che definirei "teorica" di questo privato in quanto mediata e quindi rielaborata "ad hoc" per un uso "ludico" e "narcisistico".
Il privato, dunque, irrompe in rete, ma lo fa spesso in maniera "adulterata" e quindi in forma o troppo "sdolcinata" o troppo "hard", laddove la vita - quella fatta di carne e sangue - è invece molto diversa in pratica. La rete sembrerebbe, in tal senso, favorire quindi una rappresentazione "teorica" e "stigmatizzata" della realtà sociale ed individuale rispetto a come è "in pratica", facendo emergere "pentimenti""peccati" e "moralismi" in una forma poco o non del tutto aderente a quello che è ormai il sentire ed il vivere pratico della cosiddetta post-modernità.
E quindi tutti si stupiscono del "bunga bunga" e imprecano contro questo o quel politico che fa festini a luci rosse, senza però rendersi conto che in realtà anche i politici - come noi tutti - stanno "mettendo in scena" il privato, che è però quel privato "teorico" e "adulterato" di cui parlavo prima, funzionale né più né meno ad un uso di "marketing individuale".
Ancora una volta, dunque, il simulacro si confonde con l'originale tanto da non farci più comprendere quale sia l'uno e quale l'altro e tale scenario è sostanzialmente perfetto per tutto ciò che è comunicazione mediatica, sia essa televisiva che digitale sulla rete.
Si delinea, pertanto, una sorta di "schizofrenia da medium" in cui da un lato ci stupiamo di quello che vediamo e ci viene raccontato e dall'altro siamo noi stessi ad essere attori di questo processo "osceno".
Teoria e pratica sembrano coincidere quando la narrazione è mediata, ma nella pratica è tutto molto diverso e sfumato. E probabilmente per molti anche "inconfessabile".
Forse sarebbe il caso di focalizzarsi sulle azioni concrete che singolarmente poniamo in essere, ma qui poi si apre un altro "vaso di Pandora" oltre al problema delle reali possibilità di agire (le azioni che potremmo e dovremmo porre in essere) in maniera efficace.

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sabato 30 ottobre 2010

Corpi disconosciuti

Recentemente ho postato su Facebook una riflessione relativa alle opere di Gunther Von Hagens, il noto anatomista tedesco inventore della tecnica della plastinazione, che vengono esposte in numerose mostre allestite in tutto il mondo. La domanda è stata "Quando la morte è un nuovo messaggio di vita o un vecchio tabu sacro infranto?"
Foto: Reuters, sito: Daylife
Le reazioni a questi corpi "immortalati" nelle più varie e "plastiche" (è il caso di dirlo...) posizioni artistiche sono state, ovviamente, controverse. Si passa da un giudizio estetico associato al "gusto del macabro" sempre più imperante nella nostra società a variegate forme di accettazione o di non accettazione  nei confronti di questa forma "estrema" di arte (per chi la vuole considerare tale) o di rappresentazione "rigenerata" (una nuova "entità" come dice l'autore) del corpo post mortem con finalità - a dire di Von Hagens - di tipo educativo, cioè tese a evidenziare anche in maniera cruda quali possano essere gli effetti sul corpo di stili di vita sbagliati (es. fumo, alcol, ecc.). In generale, i problemi di fondo sono quelli associati al nostro rapporto con la morte, alle credenze di una vita dell'anima dopo la morte, al rispetto per una "sacralità del corpo" che non dovrebbe mai essere profanata. Ora, se è indubbio che il significato della morte è inevitabilmente legato a quello che crediamo potrà accadere dopo la medesima, è interessante indagare il significato che si da' al corpo sia che si supponga che esso ospiti un'anima sia che lo si consideri del tutto "materiale".
Estrapolo, di seguito, alcuni commenti degli amici di Facebook.

Dice Giovanna: "In Cina hanno un corso di Laurea in "Scienze della Morte" (credo si possa tradurre cosi'). E' stato creato da un filosofo per tramandare tutti gli aspetti cerimoniali, culturali e filosofici della morte. Le richieste superano sempre i posti disponibili...
Le opere di Von Hagens le trovo comunque difficilmente sostenibili per un pubblico "profano" del corpo umano"; poi Laura: "Se la nostra società considera la morte come tabù, nel passato l'approccio con essa era di tutt'altra natura. A testimonianza di ciò i testi che ci sono stati tramandati: il libro dei morti egiziano e quello tibetano. Il primo precede di oltre tremila anni il Bardo Thodol (bardo= post morte e Thodol= liberazione mediante lo studio).
Per gli egiziani la morte non era l´ultima tappa , ma la continuazione dell´essere intelligente. La teogonia egizia ha fatto della morte il tema stesso della vita. Il libro tibetano prepara i vivi al dopo morte. Sempre gli egiziani credevano che l´uomo sarebbe vissuto eternamente nell´altro mondo se i suoi cari avessero fatto per il suo cadavere quello che gli Dei avevano fatto per il cadavere di Osiride. Noi, seppur inconsciamente, facciamo le stesse cose , con analoghi intenti. 
Von Hagens faccia a faccia con una sua opera


Ricomponiamo i nostri morti, celebriamo le esequie con un riguardo particolare,tenendo sempre ben presente le abitudini, i gusti, le preferenze di coloro che ci hanno lasciato. Da qualche parte, anche se celata negli angoli piu´profondi del nostro subcosciente, non c´e´forse la speranza che tutto cio´serva a facilitare il "passaggio", a favorire la "metamorfosi" di quel corpo che stiamo per seppelllire o affidare alle fiamme? E non ci siamo mai domandati , in quelle circostanze, se é mai possibile che finisca tutto li´sotto qualche metro di terra io in una manciata di cenere? In Africa ho assistito a diversi riti di iniziazione che consistevano nell´accettazione della morte come rito di passaggio.
Ancora nel suo racconto "Rivelazione magnetica" E.A. Poe chiede al suo immaginario interlocutore, il signor Vankirk: " L' uomo potrà mai ripudiare il corpo?" E Vankirk risponde: "Vi sono due corpi quello rudimentale e quello completo, corrispondenti alle due condizioni del bruco e della farfalla. Ciò che noi chiamiamo morte non é altro che la dolorosa metamorfosi."
Contrariamente agli spiritualisti, i seguaci della filosofia materialistica negano che qualunque aspetto della coscienza personale possa sopravvivere alla morte fisica. Secondo loro ogni attivita´mentale cesserebbe quando il cervello smette di esercitare la sua funzione. Ma quale cervello? Quello fisico-mentale o quello eterico?
Adriana dice che "Riguardo al corpo, al suo disfacimento fino al suo morire, non parlerei - per mia personale cognizione del corpo - di tabu, quanto di sacralità.
Il corpo gode della presenza dell'anima. L'unico modo che l'anima ha di vivere è di incarnarsi in un corpo, il quale acquisisce una valenza particolare che appartiene al sacro. Nell'avvicinarsi ad una persona, al suo corpo, ci si accosta con il rispetto che - per me - nasce da un'educazione all'inviolabilità e al riconoscimento che quel corpo è portatore di una unicità che non è legata tanto alla carne quanto allo spirito che le infonde vita. 
E' questo soffio vitale, il riconoscerlo, che ci induce al rispetto del corpo proprio e dell'altro, è la devozione che ne scaturisce che ci spinge alla cura del corpo, alla pietà per la sua decadenza, al sacro terrore per la morte che ne consegue.
Non credo che la "carne" sia fonte di imbarazzo, quanto piuttosto la presenza dello spirito che fa sentire un potere che supera la presenza fisica, oltrepassa e sovrasta ogni dimensione terrena, riporta ogni piano reale ad altri che "sentiamo" esistere in una realtà diversa, non misurabile, né quantificabile con i parametri fin qui conosciuti.


Talia afferma "devo dire che osservando dentro la teca di vetro Ramses II mummificato, rimasi scossa... a cosa guardavo in realtà? e poi ho recentemente letto "Io uccido" di Faletti, e lui scuoiava dopo la morte le sue vittime scelte (personaggi che la meritavano in fin dei conti questa morte...). Queste due esperienze se così posso dire, mi hanno fatto sempre pensare, che la pelle ci "sistema" nella nostra abitudine all'estetica e che il soffio vitale è dato da un gonfiore esteso in tutto il corpo, un gonfiore salutare come il respiro. Ho letto la biografia di quest'uomo che è stato l'unico (a ciò che mi consta) ad aver preso il cognome della moglie! Fatto straordinario al mio parere in un mondo dove noi dobbiamo rinunciare al nostro e nemmeno i figli possono portarlo senza provvedimenti particolari. Lui già in questo è fuori norma, ma in più ha un mito: eccellere oltre gli antichi egizi, anzi offrire a tutti la sua verità in modo quasi eterno. C'è anche un piacere a sconvolgere un pubblico, quasi a urlare: ma guardatevi per come siete realmente, senza quella pelle conformista, plasticosa e ben pensante...".


Antonia dice "Da sempre l'uomo si è interrogato sul corpo e sull'anima, in relazione alla geografia mentale di ciascuno si sviluppa un senso della vita e un senso della morte, il proprio senso dà il non senso degli altri!
Il corpo è l'espressione dell'anima individuale che senza quella sagoma resterebbe una forza quantica indifferenziata! Il corpo è così una possibilità della vita differenziata, offerta a più livelli di organizzazione spazio-temporale. Spesso crediamo che il corpo sia un solo spazio, il nostro spazio, mentre è la possibilità di una molteplicità di unità-organizzate a cui spesso non riconosciamo valore!
Il diritto di una cellula di esprimersi in noi o il diritto del fegato di esprimere la sua funzione o il diritto del cervello di organizzare le sue emozioni, il diritto della mano di afferrare... L'uomo è il grande egoista della storia che crede di essere padrone del sistema corpo e di farne uso e abuso a piacimento!"


Gianluigi afferma "Ogni piu' piccola particella e' parte del nostro mondo, e noi stessi ne siamo parte in maniera paritetica. E anche quando saremo morti ne continueremo a fare parte. E continueremo a interagire, non piu' come individui ma come parte del Tutto (di cui gia' facciamo parte).  Fin qui non c'e' niente di nuovo. La domanda pero' resta: ci sara' una forma individuale che continuera' ad esistere dopo la morte ? Uno straccio di anima, o qualcosa del genere ?
Forse no. Ma per me si ! Però in questo modo siamo usciti dal campo del ragionamento razionale e scientifico e siamo entrati nel campo metafisico e religioso".


E' sempre più frequente, devo notare, l'utilizzo di termini scientifici come "entanglement, "quantistico", "energia", "informazione", "campo" ecc. per cercare di inquadrare concetti millenari come quello di "anima" all'interno di un paradigma (o semantica del mondo) supportato dalle recenti scoperte scientifiche. La metafisica si aggiorna utilizzando il lessico scientifico, ma occorre fare attenzione a non confondere i due piani.

In tal senso su Facebook ho osservato che "la morte è un processo termodinamico e biologico e l'entanglement non credo possa essere una speranza di immortalità di "qualche quid informativo" che potremmo chiamare "anima"(...) A mio parere, è l'ipotesi - anche solo inconscia - che dopo la morte ci possa essere una sorta di "transizione di fase" che ci porta da uno stato di fisicità ad uno di spiritualità che rende la manipolazione del corpo post mortem un disturbo osceno di tale processo sacro e in quanto tale da proscrivere.
Il "problema" è sempre relativo all'ipotesi dualistica anima-corpo e riguarda in senso lato un rapporto consapevole con il nostro "essere biologici", che ancora non è stato culturalmente risolto (in Italia in particolar modo per motivi religiosi ben noti). Riflettiamo anche però sul nostro rapporto con come siamo fatti dentro, una rappresentazione che ci offre in maniera indubbiamente estrema Von Hagens.
La mia impressione è che ci siamo costruiti troppi paesaggi mentali e si conosca poco o niente del corpoEppure noi siamo corpo, la mente è "embodied", ma pensiamo in fin dei conti di "usarlo", anche attraverso l'anima che dovrebbe dargli vita e poi andarsene chissà dove quando il corpo muore.
Sono le stranezze del pensiero platonico di cui siamo permeati più di quanto sembri. (...) Personalmente rifuggo da forme di idealismo trascendentale in cui si ritiene che tutto sia una creazione della mente o un "gioco della mente" (vedi qui e qui) e cerco di essere più su posizioni epistemologiche di tipo costruttivista sulla scia di Humberto Maturana e Francisco Varela (accoppiamento strutturale tra soggetto ed ambiente, autopoiesi), ma non confondo epistemologia ed ontologia (Kant le fece coincidere per salvare la conoscenza dalla critiche empiriste), ossia ciò che conosciamo con ciò che esiste, che, per quanto in campo sociale esse tendono a coincidere, in ambito biologico, fisico, chimico ecc. non credo siano la stessa cosa.
L'epistemologia, ad esempio, riflette sulle scienze naturali (filosofia della scienza) e non credo si possa affermare senza una problematicità di fondo che il dna esista come ente "assoluto" della natura vivente o che esistano i quark come enti delle particelle subatomiche laddove questi enti li abbiamo "costruiti" noi e poi descritti e misurati.
Non dobbiamo mai dimenticare che le scienze naturali misurano e definiscono i loro enti, le loro proprietà e le reciproche relazioni su base sperimentale, ma che poi l'esistenza di questi enti sia del tutto subordinata alla specifica ontologia (diciamo anche catalogo o tassonomia) della singola disciplina che è soggetta spesso a cambiamenti e falsificazioni.
Pertanto, tentare di estrapolare da concetti come l'entanglement della meccanica quantistica (ontologia materiale specifica) l'esistenza dell'anima (metafisica assoluta) direi che è una procedura logicamente viziata ed è più una forma di suggestiva analogia, come dicevo prima.
In sintesi, non si può poggiare la metafisica dell'anima sull'ontologia di nessuna scienza perchè sono ambiti completamente diversi. 
Come diceva Gianluigi credere nell'anima non può essere spiegato con la scienza o la logica e questo, dopotutto, "salva" tutti coloro che vogliono ancora credere in enti metafisici assoluti e non soggetti all'esperimento di tipo scientifico, ma piuttosto dipendenti da una propria fenomenologia estetica e da una visione metafisica soggettiva.
I ragionamenti sull'anima sono dunque congetture metafisiche e pertanto affermare che l'anima è informazione quantica è identico, da un punto di vista epistemologico, a dire che le interazioni subatomiche che tengono unita la materia siano fatte dall'amore divino (sono credenze per così dire "aggiornate" con concetti scientifici): non abbiamo alcuna possibilità di sperimentare queste ipotesi metafisiche e quindi... chi vuole ci creda".


Inoltre, a mio parere, se il concetto di "anima" è stato analizzato a partire dalle religioni e dalle varie filosofie, quello di corpo è rimasto sostanzialmente sacrificato e subordinato platonicamente a quello di mente e di spirito. Se ci riflettiamo, noi non "sentiamo" cosa accade dentro il nostro corpo, non abbiamo alcuna percezione specifica di come i nostri stili di vita incidano sulla funzionalità dei nostri organi interni e siamo poco propensi a parlarne se non in chiave teorica: la vista dell'interno del corpo (e dello stesso cervello) è quasi un tabù, è alle soglie dell' oscenità (infatti l'interno del corpo è fuori della scena delle nostre vite e fuori della consapevolezza percettiva se non per stimoli che comunque sono interpretati dal cervello).
La nostra cultura - e in questo Platone ci ha condizionato in maniera sostanziale - ha sempre privilegiato il "pensiero astratto" della mente all'esperienza sensibile del corpo (preciso che le due cose non dovrebbero considerarsi cartesianamente divise, ma intrinsecamente unite: la mente è "embodied"!) ritenuta a vario titolo contingente, fallace, soggettiva e comunque di tipo "inferiore" a quella mentale.
Ne è conseguita da un lato una sottovalutazione conoscitiva del corpo, mentre dall'altro una sua progressiva enfatizzazione prima come "oggetto estetico" (quindi in prevalenza mentale) e poi come "merce di scambio" all'interno del sistema economico capitalistico dai contenuti sempre più immateriali.

Il corpo è dunque ancora oggi - anzi forse oggi più che mai - un'idea anziché un' esperienza ed una conoscenza. Inoltre, la sua dimensione appartiene sempre più al simulacro che al sacro.


Da qui, il rifiuto di vedere davvero e in prima persona che cosa c'è dentro quel corpo esteriore e l'oscenità di cui parlavo prima con la quale si percepisce l'opera di Von Hagens.
Noi non ci sentiamo corpo se non nei momenti in cui lo utilizziamo davvero, ad esempio per correre, per mangiare, per fare sesso ecc., ma è un sentire di tipo meramente percettivo e quindi in definitiva mediato dal pensiero della mente. Diverso è vedere l'interno, impattare con quello che c'è sotto la carne.
La carne stessa, a mio parere, è nella sua "espressività ancestrale" e nel suo essere un messaggio immediato di vita un qualcosa di osceno, tanto che cerchiamo di coprirla e l'atto di scoprirla è interpretato come atto di seduzione o - a seconda dei casi - di volgarità.
Ancora una volta il problema sembra essere nel rapporto dicotomico con il corpo, sia come è "fuori" sia come è "dentro". Non sembriamo essere propensi ad accettarlo, ma piuttosto ad "inventarlo" a nostro uso e consumo.
Infine, il nostro rapporto problematico con il corpo è ancora più enfatizzato dal progressivo ed esponenziale sviluppo delle cyber-relazioni, che riducono sempre più il contatto diretto visivo e percettivo nei rapporti tra esseri umani (ormai siamo abituati agli "emoticon") a vantaggio di una amplificazione dell'immaginazione (e spesso delle illusioni...)  e dell'uso seduttivo del proprio alter ego digitale all'interno di quelli che potremmo definire in tal senso i "social-supermarket digitali delle emozioni"(l'utilizzo di SN come Facebook o Badoo mi sembra che sia sostanzialmente di questo tipo).
Si vogliono vivere (facili) emozioni svincolate dal rapporto diretto (il successo del sesso virtuale direi che è innegabile) e soprattutto si vuole scegliere negli immensi scaffali dei social networks fatti da esseri umani.
Dunque, si perpetua con il digitale una nostra sostanziale idiosincrasia per il corpo fisico in quanto tale, che continua così ad essere quell'involucro - a volte ingombrante altre volte seducente a seconda di come ci pare - che vogliamo a tutti i costi dominare con la mente, magari fingendo che non ci sia da un lato e agognandone il possesso dall'altro. Tutto questo forse è più "osceno" delle opere di Von Hagens (anche perchè è messo in scena in maniera plateale), che dite?


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domenica 10 ottobre 2010

Sulla Terza Cultura e la comunicazione della scienza

Come sempre Ignazio Licata fornisce con i suoi articoli degli ottimi spunti di discussione e quindi colgo l'occasione fornita dal suo "Terza cultura o giusta distanza?" per dire la mia (modesta) opinione sul rapporto tra scienza e società.
Licata inizia così il suo ottimo articolo:
"A volte in un frammento è contenuta un’intera questione. All’altro capo del telefono un’amica umanista (bravissima nel suo campo) : "Hai sentito che la gravità non esiste?” , e poi, con maggiore incertezza: “pare che sia più che altro uno stato mentale”! Il riferimento è naturalmente alla recente teoria elaborata da Erik Verlinde, nell’ambito delle stringhe, sulla “emerging gravity”, questione ben nota in fisica, che inizia con Faraday ed arriva fino a Sacharov e Kleinert. Al solito, estrapolazioni ellittiche, metafore strapazzate, divulgazione a grana grossa, quel Public Understanding of Science con il quale bisogna fare i conti per promuovere lo sviluppo di una società fondata sulla conoscenza, uno degli obiettivi dell’Unione Europea. La suggestione della “terza cultura” di John Brockman ripropone il tema del rapporto tra scienza e società in termini che vanno ormai ben al di là del monito sul rischio di divorzio delle “due culture” di  Percy Snow;"

Ora, prescindendo dalla teoria cosmologica di Erik Verlinde - che molto in sintesi é basata sul principio olografico (per approfondire potete leggere l'articolo originale oppure questi commenti qui e qui) e  nella quale la gravità non è più considerata una "interazione fondamentale" (assieme all'interazione elettromagnetica, l'interazione forte e l'interazione debole), ma una proprietà emergente dell'entropia dell'universo (in sintesi un effetto termodinamico) e che, in tal modo, sembrerebbe (il modello deve essere testato e discusso sulle varie implicazioni) far dileguare l'ipotesi dell' energia oscura che causerebbe l'espansione dell'universo (l'energia oscura sta nel frangente "togliendo il sonno" a parecchi fisici da quando é stata postulata per giustificare l'accelerazione dell'universo) - osserverei innanzittutto (con riferimento alla domanda dell' "amica umanista" di Licata) che chiedersi "cosa esiste" in fisica, come in tutte le scienze, è una domanda molto pericolosa e forse anche non risolvibile nel suo ambito.
E' piuttosto una domanda ontologica e come tale di tipo metafisico, a meno di non voler fare una operazione "kantiana" e "appiattire" l'ontologia sull'epistemologia e quindi far coincidere "come e cosa conosciamo" con "l'esistenza di ciò che conosciamo".
Il logo del sito The Edge fondato da John Brockman


Mi spiego meglio facendo una domanda molto più "banale": esistono i quark? La risposta, a mio parere, è un "rigoroso" dipende!, ossia nel momento in cui gli scienziati misurano sperimentalmente i quark e ne trovano conferma con un rigoroso metodo scientifico, allora i quark sono degli "enti fisici" che possono far parte a pieno titolo del catalogo delle particelle subatomiche all'interno della fisica delle particelle (e solo in quello specifico catalogo).
Ma è evidente che il fatto che i quark dipendano da una misurazione e da una definizione fisico-matematica all'interno di un modello teorico falsificabile non li fa "esistere" a prescindere da tale misurazione, ossia nulla esclude che un domani una nuova teoria accettata dalla comunità scientifica non li ri-descriva in maniera completamente diversa, magari come "modi del campo quantistico" (utilizzo un termine molto generico) o chissà in quale altro modo.
In sintesi, pertanto, i quark "esistono" perchè li abbiamo portati noi ad esistenza con i nostri modelli teorici della realtà (descrizioni del mondo di tipo costruttivistico dal punto di vista epistemologico), ma non esistono in senso "assoluto". Sono delle grandezze fisico-matematiche misurate tramite gli esperimenti, tra l'altro allestiti proprio per "trovarle" dopo averle ipotizzate.

Lo stesso ragionamento potremmo farlo per qualsiasi ente fisico, per cui affermare che la gravità esiste o non esiste direi che ha poco senso se non precisando che il problema fisico é se "la gravità è misurabile oppure no come grandezza fondamentale" all'interno di un modello coerente fisico-matematico accettato dalla maggioranza della comunità scientifica. Il problema fisico è "solo" questo, ossia se la gravità è una grandezza fisica fondamentale oppure no.
La sua esistenza non è un problema fisico risolvibile all'interno della fisica, che non si occupa dell'esistenza dei suoi "oggetti" ma "solo" della loro misurazione.
Entanglement quantistico

Detto questo, vorrei riflettere sul rapporto scienza-società che secondo Licata è viziato da una divulgazione a "grana grossa" e spesso da una demagogia pilotata da esigenze di tipo economico e politico (si rischiano una sorta di "campagne elettorali" della scienza).
In merito è illuminante questo passo dell'articolo:
"Molte sono le insidie  nascoste nel termine “divulgazione”: un sapere i cui risultati “scendono” dalla torre d’avorio del produttore alla valle del consumatore, sfrondati dal “tecnicismo”, dal contesto in cui sono stati concepiti, il tutto condito dal tono friendly di un nuovo “newtonianesimo per le dame” (Algarotti, 1737), e dalla perentorietà della “spiegazione ultima”.  La “terza cultura” promossa da The Edge ha nella complessità e nell’evoluzione i suoi scenari più ampi, e questo dovrebbe ricordarci che sarebbe un rischio di impoverimento ridurre la sovrapposizione  e l’intreccio- anche conflittuale!- delle narrazioni umane su una direttrice univoca. Più volte, con gli amici del gruppo Scienza Semplice, abbiamo ricordato che la scienza è una forma raffinata di artigianato, nasce su problemi specifici e costruisce intorno ad essi approcci, metodologie e strumenti, cammino tutt’altro che lineare e privo di controversie. La scienza è un soggetto plurale e dinamico, non uno schiacciasassi culturale. Come scrive Levy Leblond “un enunciato scientifico non può essere vero o falso, ma solamente vero se e falso ma….la forza della scienza sta proprio nella capacità di definire le condizioni di validità dei suoi enunciati”.


Tutto giusto, almeno lo condivido in gran parte, ma il problema - come ho detto anche altrove - è che il linguaggio della scienza ormai non è più comprensibile dall'uomo di media cultura (figuriamoci dalla "massa"...) - e questo gap in qualche modo deve essere colmato da una divulgazione corretta, ma come? Quali sono le proposte concrete? Chi fa una divulgazione seria e comprensibile?
Inoltre, l'attuale stato dell'arte della fisica, ad essere molto pragmatici, è che il 95% dell'universo non sappiamo cosa sia e gli scienziati lo chiamano materia ed energia oscura (una definizione alquanto inquietante per una scienza cosiddetta "esatta" ... oltre alla ricerca del famigerato "bosone di Higgs" all'LHC di Ginevra che alcuni danno per certa altri un pò meno), a cui si aggiungono teorie che - come dice Ignazio Licata - spesso sono altrettanto oscure e le cui disquisizioni sono comprensibili solo agli "addetti ai lavori".
Un pò troppo, forse, per chi deve vivere a contatto stretto con la dura "realtà classica"!

Dunque cosa fare? E' meglio chiudersi in un "circolo chiuso" e parlare la stessa lingua solo con chi ci comprende o sforzarsi di comunicare alla gente che vuole sapere e ha diritto di sapere cosa sta facendo la scienza, che risultati sta conseguendo e con quali conseguenze?
E' meglio cercare di interagire da protagonisti con una "Terza Cultura" che pur vuole fare la sua parte o "snobbarla" come tentativo di scarsa qualità di mediazione tra scienza e società?
Infine, sarebbe bello poter leggere articoli divulgativi "ben fatti" (nel senso di Licata, quindi ritengo assimilabili a quelli reperibili su arXivanche in italiano, ma è diventata quasi una chimera come ben sa chi come me è sempre con il vocabolario (digitale per fortuna!) a portata di mano.
Un esempio lampante è il già citato LHC di Ginevra, dove sono impegnati diversi scienziati italiani, che però, almeno per quanto mi risulta, scrivono quasi esclusivamente in inglese e per comunicare forse solo con i propri colleghi (vista la difficoltà del linguaggio tecnico utilizzato).
Direi che una comunicazione siffatta è autoreferenziale e sinonimo di scarsa volontà di spiegare in maniera "più semplice" quello che si sta facendo e le sue implicazioni.
Questa spiegazione, ci tengo a sottolinearlo, non è da considerarsi "facoltativa" ma è invece "doverosa" perchè la scienza prima o poi si traduce in tecnologia e quest'ultima ha un impatto come sappiamo forte sull'economia, la cultura e le relazioni sociali. Non vorrei pensare che alla fine il cittadino è considerato dagli stessi scienziati solo nella veste di consumatore...
Pertanto, occorrerebbe essere sempre chiari ed intellegibili in maniera continua e costante attraverso una comunicazione che deve essere segmentata e calibrata opportunamente in base al target dei destinatari, "deficienti" (nel senso di chi manca di conoscenze, non fraintendetemi...) compresi.
Questo, a mio parere, non viene fatto o non spesso ed è una grave lacuna della scienza che troppo spesso delega ad una stampa "sensazionalista" il compito di divulgare le proprie scoperte. Poi, però, non lamentiamoci.

Concludo, affermando la necessità di una Terza Cultura (per usare il termine di Licata) che poi è una cultura della condivisione e della collaborazione dove però se manca il produttore di cultura - nella fattispecie lo scienziato - direi che la scienza rischia di fare un bell'autogol, che forse sta già subendo se è vero che ci interessa (socialmente parlando) più l'Iphone che il bosone piuttosto che il genoma e l'evoluzione delle specie.

La "giusta distanza" non è - imho - un problema, il problema è tentare di ridurla sempre di più e nelle forme possibili, sempre che lo si voglia davvero.

Colgo l'occasione, infine, per salutare - ovunque sia - Ignazio Licata, che come sapete ho avuto l'onore di conoscere.

"Il vero problema si rivela così quello, assai più sottile, non della condivisione dei saperi in astratto, e tantomeno di una loro integrazione forzata, ma la condivisione delle responsabilità e delle scelte in mondo sempre più complesso" (I. Licata)



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sabato 9 ottobre 2010

Una riflessione "volante" sull'etica come ammortizzatore socio-culturale della tecnica

Foto: Istockphoto
Prendo spunto da un post di Giuseppe Granieri, segnalato da Gino Tocchetti su Facebook, che  punta ad un altro post di Kyle Munkittrick intitolato "Does techology help us be more ethical?" per parlare, molto "al volo", di etica e tecnologia.

Lo spunto datomi da Gino è una frase del filosofo Emanuele Severino che recita "la tecnologia in fondo è solo un mezzo per produrre nuovi fini", che mi ha fatto riflettere ancora una volta sul rapporto fra tecnologia ed il suo impatto sulla società e la cultura e quindi sull'etica.

In primis, vorrei riportare le conclusioni di Munkittrick nel suo articolo :

"My argument is that technology can actually create new ethical problems and moral decisions because it allows events that were once impossible. In the case of vat grown meat, tech allows us to have our happy cows and eat them too, making our being moral all the easier. In the case of designer babies, tech gives us a big heaping batch of new problems to fret and argue over",

che è, evidentemente, più che condivisibile ma che non affronta il rapporto fra tecnologia ed etica che, a mio parere, è già molto chiaramente sotto i nostri occhi più o meno attenti.

Riporto, pertanto, il mio commento su FB a Gino per chiarire il mio pensiero in merito.

"La tecnologia produce, a mio parere, nuove abitudini di consumo e ridefinisce le relazioni sociali umane, mentre i fini non mi pare che siano molto cambiati per effetto della medesima a meno che non ipotizziamo la chimera dell'immortalità (che poi è vecchia come l'uomo) o le teorie del transumanismo.
Il fine della tecnologia, in fondo, è di perpetuare sé stessa e di creare "nuova potenza" per conquistare nuovi spazi d'azione e quindi di possibilità
Queste nuove possibilità (che personalmente non confonderei con il concetto di "fine"), alla lunga, è difficile che non siano utilizzate ed è solo questione di tempo, di metabolizzazione culturale e di capacità economica dei singoli di acquisirle. L'etica in tutto questo rappresenta una sorta di "ammortizzatore temporaneo" che agisce in maniera per altro molto asimmetrica a seconda dei paesi e delle culture.

La tecnologia, in definitiva, "irrompe" improvvisamente nelle nostre vite e le cambia su scala globale sul piano delle possibilità che crea, ma l'essere umano resta in fondo "qualcosa di diverso" rispetto alla tecnica e questo lo sta portando a volersi ibridare fino a confondersi con essa per eludere e colmare questa "differenza"
I prodotti della tecnologia sono "belli", "funzionali", "sostituibili", "aggiornabili"  ecc. e il processo in atto, anche culturale, è in tale direzione anche per l'essere umano, inteso come macchina-processo psico-biologico manipolabile tecnologicamente con le NBRIC (nanotech, biotech, robotica, infotech e cognitive sciences).
Il fattore tempo e la funzione dell'etica come "ammortizzatore socio-culturale" saranno quelli che, a mio parere, ci "separereranno" - creando una sorta di "cuscinetto" per consentire l'assorbimento delle novità - da una inevitabile e sempre più "radicale" fusione con la tecnologia.
Non saprei se tutto ciò sarà "etico" (ma cosa è l'etica?...si potrebbe discuterne per ore...) o meno, ma ipotizzo che l'etica sarà sempre più fortemente subordinata alle possibilità offerte dalla tecnologia (e dalle sue connessioni con il potere economico), che ci piaccia o meno, e che quindi in sostanza la tecnologia tenderà a diventare sempre più una scelta individuale (con rischi di esclusione per le fasce economicamente meno abbienti) più che sociale in senso stretto".

Aggiungo che in tale processo la regolamentazione giuridica dovrà disciplinare soprattutto la privacy delle informazioni che scaturiranno dal processo di "manipolazione tecnologica" dell'essere umano, come si può facilmente dedurre leggendo ad esempio questo articolo sui test genetici.
Se poi tutto ciò ci aiuterà ad essere più "etici", lascio a voi la risposta.


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domenica 26 settembre 2010

Alla ricerca del coscienziometro

Il giornalista scientifico del New York Times Carl Zimmer ha recentemente pubblicato su Discover un articolo dal titolo What Is It Like To Be A Bat? What Is It Like To Be You? nel quale parla di Giulio Tononi, psichiatra italiano negli Usa, e della sua recente teoria matematico-geometrica della coscienza pubblicata assieme a David Balduzzi con il quale lavora all'interno del Dipartimento di Psichiatria dell'Università del Wisconsin.

Di seguito, pubblico l'abstract del lavoro di Tononi e Balduzzi:

"According to the integrated information theory, the quantity of consciousness is the amount of integrated information generated by a complex of elements, and the quality of experience is specified by the informational relationships it generates
This paper outlines a framework for characterizing the informational relationships generated by such systems. Qualia space (Q) is a space having an axis for each possible state (activity pattern) of a complex. 
Within Q, each submechanism specifies a point corresponding to a repertoire of system states. Arrows between repertoires in Q define informational relationships. Together, these arrows specify a quale—a shape that completely and univocally characterizes the quality of a conscious experience
Φ— the height of this shape—is the quantity of consciousness associated with the experience. 
Entanglement measures how irreducible informational relationships are to their component relationships, specifying concepts and modes. 
Several corollaries follow from these premises. The quale is determined by both the mechanism and state of the system. Thus, two different systems having identical activity patterns may generate different qualia. 
Conversely, the same quale may be generated by two systems that differ in both activity and connectivity. Both active and inactive elements specify a quale, but elements that are inactivated do not. Also, the activation of an element affects experience by changing the shape of the quale. The subdivision of experience into modalities and submodalities corresponds to subshapes in Q. 
In principle, different aspects of experience may be classified as different shapes in Q, and the similarity between experiences reduces to similarities between shapes. Finally, specific qualities, such as the “redness” of red, while generated by a local mechanism, cannot be reduced to it, but require considering the entire quale. Ultimately, the present framework may offer a principled way for translating qualitative properties of experience into mathematics".


Siamo di fronte al tentativo di rappresentare con un interessante modello matematico-geometrico quelli che nelle neuroscienze e in generale in filosofia della mente sono chiamati qualia , ovvero le esperienze coscienti soggettive di ogni essere umano.


David Dobbs in un articolo su Wired Science intitolato "The Consciousness Meter: Sure You Want That?" si e ci pone, proprio con riferimento alle ricerche di Giulio Tononi, la domanda se la messa a punto di un "coscienziometro" sia davvero auspicabile.

Le implicazioni di uno strumento che misuri gli stati di coscienza, come è intuibile, avrebbero dei risvolti non di poco conto in questioni bioetiche sempre controverse come l'aborto e l'eutanasia in quanto potrebbe essere in linea teorica possibile in futuro stabilire con un modello matematico della mente accettato dalla comunità scientifica quando la coscienza è assente o è presente e in che misura è presente in un essere umano.

Da un punto di vista epistemologico, è interessante seguire lo sviluppo di questi studi in quanto (peccato non tradotti in italiano per una facilità di lettura) delineano un collegamento tra scienza della mente e diritto che fino ad oggi non siamo abituati a considerare in maniera matematica e quindi in termini di misure oggettive (o meglio "soggettivamente oggettive").

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Per saperne di più sulla teoria di Giulio Tononi:

A "Complex" Theory of Consciousness - Is complexity the secret to sentience, to a panpsychic view of consciousness?, su Scientific American (luglio 2009)



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venerdì 27 agosto 2010

Una riflessione sul "Web is dead" di Anderson (2^ Parte)

Segue qui la seconda parte della discussione:



Paolo Lapponi: ‎"Il sogno di Dziga Vertov si realizzerà ogni giorno di più, man mano che la creatività dei pirati informatici sarà capace di galoppare sull'ultima novità messa sul mercato dai padroni elettronici del pianeta."(Alberto Grifi, 2006) Alberto ci ha lasciati il 23 aprile 2007.

Claudio Cannella: Cari amici,
La mia complessa ed articolata risposta, che giunge tardi perché ha richiesto oltre il tempo di prepararla anche quello di concordarla con @Salvatore Pappalardo, altrettanto coinvolto di me in alcune delle cose che dirò, prende in esame diversi punti 
Fin dal corpo della nota che giusto in fondo dice: 
«Di certo avremo sempre delle pagine Web. Abbiamo ancora le cartoline e i telegrammi, o no? Ma il centro dei media interattivi – sempre di più, il centro di gravità di tutti i media – si sta spostando verso un ambiente post-HTML», assicurammo quasi 15 anni fa. Gli esempi dell'epoca erano un po' sciocchi - uno spazio in 3D da realtà virtuale alla Furry-MUCK, e «i titoli delle notizie inviati a dei cercapersone. 
A questa fa obbligo di ricordare che a quella data (1994-95 se l’aritmetica non è un’opinione ) il web commerciale era poco noto in Europa e per niente in italia al di fuori delle università ed enti di ricerca mentre in America sembrava già decotto.
Falsamente per altro come dimostra il fatto che le prime piattaforme “alternative” hanno impiegato 10 anni ad essere pensate (il brevetto sul social networking è del 2004 ) e che come ricorda @Franco Folini il dotnet e i web services [basati sulle intuizioni espresse in “la strada verso il domani “ da Bill Gates ] ancora 8 anni fa sono stati scartati perché richiedevano un cambio di mentalità e un investimento in formazione che anche in USA pochi erano disposti a fare [difatti anche XML ha preso il via effettivamente solo dopo l’avvento del macro centro collettivo di sviluppo in INDIA].
In Italia all’epoca si pretendevano invece i compilatori COBOL sotto linux /UNIX per avere le architetture distribuite senza dover formare il personale all’utilizzo delle adeguate tecniche di analisi e programmazione. 
E, adeguandosi al vizio strutturale che gli americani hanno sempre avuto [e che costituisce buona parte dell’innesco di questi due articoli], di misurare il valore delle persone e delle idee soltanto in dollari , possiamo anche ricordare che 
1. prima Yahoo ha fatto i soldi mantenendo un indice delle pagine web e dando servizi accessori [web mail z.b.] molto efficienti a prezzo zero e vendendo pubblicità per mantenersi; 
2. poi Google ha fatto e fa i soldi che ha con la ricerca web (e su quanto bene o male sia fatta e sui tentativi per migliorarla tornerò successivamente) che risulta comunque di qualità superiore a quella degli altri, per quanto male sia fatta. 
dice anche: 
Questo sviluppo – una marcia storica familiare, allo stesso tempo feudale e aziendale, in cui i meno potenti sono privati della loro ragion d'essere da chi ha più risorse, da chi è organizzato ed efficiente – è forse il più duro shock possibile per l'ethos paritario, permeabile e dalle basse barriere d'accesso dell'età di Internet. Dopo tutto, è una battaglia che sembrava combattuta e vinta - non solo facendo collassare giornali e case discografiche, ma anche AOL e Prodigy e chiunque costruisse un business sull'idea che un'esperienza controllata dovesse domare la flessibilità e la libertà del Web.
Questa dell’ethos paritario invece e della “libertà” e “flessibilità” della rete è una montatura nata nella sua interezza da una ambiguità semantica , generata da una omografia e dal fatto che come disse una volta un vecchio saggio “Inghilterra e USA sono due nazioni divise dall’uso della stessa lingua “ [e qui possiamo aggiungere anche l’Australia .] 
Infatti , vedete in inglese “gratuito “ si dice “free of charge” [ossia esente da prezzo , tariffa, balzello] e questo in America e Australia diventa semplicemente “free” cioè libero. 
E questo ha alimentato un duplice equivoco :
da un lato “tutto ciò che può trovarsi in rete deve essere gratis”(ossia a me il lavoro degli altri deve poter essere fruibile senza alcun costo mentre il mio lavoro deve essere pagato molto subito e puntualmente da chi lo riceve )- il che a sua volta ha spersonalizzato gli utenti spostando il business non sulla offerta di prodotti e servizi ma sulla raccolta di pubblicità tanto più efficace quanto più grande [ancorchè essenzialmente indifferenziato ] è il target di utenza potenzialmente raggiungibile .
dall’altro libero significa che deve non solo garantire l’accesso al mezzo e ai contenuti ma essere esente da controlli , prevenzione e repressione di chi commette reati. 
Perciò ora comincio a discutere quanto avete detto cominciando col ricordare a @tutti che INTERNET è il nome di uno strato [il quarto] dell’architettura ISO OSI e che questo strato è l’ultimo che si preoccupa della comunicazione da macchina a macchina presentando appunto a ciascuna rete le richieste complete e nel formato giusto e garantendo l’integrità dei dati. I tre strati superiori sono di competenza “locale “.
E mentre “chi sta connesso con chi “ “chi è autorizzato a fare che “ e “chi paga chi per cosa e quanto “ sono compiti usualmente implementati da componenti di sistema e nel web sono svolti da http e da FTP [e un tempo anche dal cassato e defunto gopher] tutto ciò che riguarda le interfacce con la specifica macchina e con lo specifico utente sono svolte dalle applicazioni[apps] chiamate browser che operano sulla base di HTML e simili [ora i successori sostituti di html sono asp, php , java flash e director tutti con ODBC e i suoi equivalenti se e dove serve e cioè dovunque ].
E a questo proposito devo ricordare che per proprietà di linguaggio e possibilità di comprensione reciproca la navigazione del web che @gianluigi definisce “ interattiva tramite i link “ non è affatto tale altrimenti sulla stessa base potresti definire interattivo anche lo zapping davanti al televisore ma solo al massimo “paradigmatica” e non lineare [ossia a salti e basata sulle affinità concettuali e contenutistiche ] come opposto di “sintagmatica” [ossia sequenziale basato su come i contenuti sono messi in fila da chi li rende disponibili ] . 
Tuttavia @gianluigi mi trova CONCORDE nell’affermazione che insieme alla possibilità di visualizzazione uniforme [interpiattaforma sia HW che SW ] ma simultanea [nell’ambito della risoluzione e delle dimensioni dello schermo ovviamente ], questa fosse la trovata principale del web.
A queste hanno fatto seguito l’embedding e poi le pagine dinamiche [che però sono rimaste nulla affatto interattive in quanto l’utente poteva al massimo scegliere il contenuto ma non generarlo o modificarlo ] 
In questo senso le apps che invece lo consentono massicciamente sono una forte e buona evoluzione
Però devo ricordare a @Franco che anche queste innovazioni sono state vissute in termini di guerra fra le piattaforme che allora erano molto meno aperte e che erano essenzialmente il Netscape di aol e IE della microsoft. 
Dice poi @Paolo Lapponi:
Appartengo a una generazione che iniziò ad utilizzare la rete più di 20 anni fa nella PA italiana in istituti di ricerca di medicina e biologia …” ma sono costretto a controbattere che quella rete aveva poco a che vedere col web che è arrivato dopo , anche io a metà anni 80 producevo tecnologia HW e standard per la comunicazione dati ma ribadisco alla gente questa roba non arrivava [anche grazie alla idiozia di certi dirigenti tecnici e industriali italiani].
A @Cristian Contini che dice “Il web, va detto, usa ancora la metafora decisamente limitata e superata della pagina cartacea stampata, per quanto interattiva e multimediale (le "pagine web") cosa che il sistema delle app (grazie grazie grazie Apple per il lavoro di cambio di paradigma) scardina e rifrulla come nuovi modi di fruire gli stessi dati” faccio invece notare due cose : 
1. che Apple quel “cambio di paradigma” lo ha imposto valendosi di HW proprietari e di SW che come prima cosa al loro ingresso in un calcolatore rendevano inservibili quelli di altri produttori a cominciare dalle dll di media player e anche attualmente i SW di Apple tentano di fagocitare e quindi essenzialmente rendere infruibile qualsiasi forma di contenuto se non nei modi e con gli HW forniti da Apple [almeno mi risulta che la routine di sincronizzazione dell’iphone e dell’ipod effettua la sincronizzazione con un calcolatore cancellando tutta la musica presente sul calcolatore ma non sull’ipod ]. 
questa pratica commerciale è criminale quindi ringraziare qualcuno per averla applicata non mi pare opportuno.
2. che questo cambio di paradigma era stato ventilato e proposto fino dal 1997 e poi 2002 da una azienda italiana con un documento [registrato in SIAE per data certa a febbraio del 2002] di cui posto l’excerpt come nota in http://www.facebook.com/notes/claudio-cannella/il-paradigma-postindustriale/492802724615.
E che tutti coloro che hanno letto quel documento con l’eccezione del solo @Paolo Manzelli , non l’hanno compreso e tanto meno accettato oppure l’hanno attivamente rifiutato costringendoci poi a seguire come pecore la scia degli americani che avendo i mezzi l’hanno imposto dopo con questo tipo di pratiche.
A @Graziano Terenzi che dice “Per me il vero problema resta la contrapposizione tra contenuti liberi o meno. Tra l'accesso gratuito o no.” Domando anzitutto "l’accesso a che cosa ???" perché se si tratta accesso alla rete il problema che la rete richiede una struttura fatta o di doppini e centrali o di ripetitori e hotspot e comunque di satelliti e tutti questi apparati hanno un costo di fabbricazione , installazione e manutenzione , al di là dei balzelli applicati dai governi per darti il permesso di installarli e dei danni arrecati dai monopoli pubblici o almeno apparentemente tali sull’argomento e questi costi o li paga l’utente in forma di tariffe o li paga il contribuente sotto forma di tasse , tertium non datur. 
E se con “libero” intendi che questo accesso non deve essere negato sulla base della etnia, della religione , del censo o della fede politica o delle attitudini sessuali, sono d’accordo con te , ma se intendi gratuito allora esiste un problema tattico.
Se invece si tratta di contenuti la domanda non è diversa : “tu vuoi il frutto del mio lavoro gratis , sei disposto a darmi gratis il frutto del tuo nella misura in cui io di volta in volta ne ho bisogno ma continuando a produrlo a tuo carico anche se io smetto per qualche motivo di consumarlo “??? E l’ignorantissimo pizzicarolo il pane e formaggio ce lo dà gratis tutte le mattine se nessuno paga nessuno ??? 
Analogamente se contenuto “libero” significa non soggetto a censure da parte di terzi per motivi di fede religiosa o politica allora sono d’accordo , ma se intendi che non deve esistere nessun controllo o vigilanza, ti rammenterò che nei Codici dello stato italiano esistono reati civili (furto, truffa , diffamazione calunnia danno di immagine, falsa pubblicità nel commercio) e penali (falsa dichiarazione di identità ,pedofilia, abusi sessuali , lesioni e omicidio) e l’istigazione a commetterli o l’apologia di chi li ha commessi sono a loro volta reato. 
Questo tipo di cose (alludo a quei gruppi come “tutti i cattolici al rogo” o come “uccidiamo i bambini down” o ancora “tutte le donne sono troie da bruciare” che come sai ci sono stati su FB), devono non solo essere bandite dalla rete ma i loro promotori e amministratori essere passibili di denuncia e di sentenza che li esclude dall’accesso , e due volte tanto se ingannano i potenziali aderenti assumendo inizialmente titoli diversi. A @Bianca Decio che dice :
non dimentichiamo la facilità d'uso delle applicazioni: conosco persone che sono in grado di girare su facebook ma non sul web! “ Suggerisco di domandare a queste persone che sanno girare su FB se sono in grado di rintracciare anche col semplice titolo un post avuto in bacheca tramite un contatto intorno ad una data X , perché vedi il web raramente viene girato partendo da una pagina fissa , sempre più frequentemente invece da una specifica esigenza conoscitiva, però vi ricordo che twitter sta implementando questo sistema come dimostra il lavoro di @Chiara Passa [che invito @mario a taggare ] sia in termini di prestazione primaria sia in termini di API .
a @Franco che dice “ A mio parere i fattori che spaventano/allontanano i neofiti (e cazzeggiatori) dal web… : (4) il pessimo lavoro fatto da Google nel separare il grano dal loglio ritornando alle nostre search links spazzatura in gran quantità.” 
Suggerisco di leggere un altro documento proposto dalla stessa azienda nel 2000 [PRIMA CHE GOOGLE ESISTESSE] ad un convegno e poi dal 2002 in avanti [data certa ulteriore] a varie riprese ed infine brevettato come manufatto industriale presso UIBM con domanda e priorità del 2003 ma concessione nel 2008. 
Potete trovarlo qui : www.facebook.com/notes/claudio-cannella/motore-di-ricerca-esperto-semantico-autoselezionante-anno-2000/492797124615.
Mi impende infatti l’obbligo di farvi notare come oltre alla separazione del grano dal loglio richiesta in questo paragrafo da @Franco dei contenuti questo documento ed il relativo manufatto contenessero in nuce non solo le prestazioni di web semantico su cui ancora non c’è alcuna realizzazione e nessun accordo , ma anche l’idea del social networking che facesse della rete quell’uso “buono” [ a fini di conoscenza] secondo @mario sicuro (esente dai rischi sottolineati ai punti 2 e 3 dall’intervento di @Franco” ) ed al contempo “etico e paritario” secondo i desiderata di @graziano , naturalmente nella forma di una famiglia di applications gestita da un protocollo e da un sistema di crittografia proprietari che impedissero l’accesso ai non autorizzati e al di fuori dei livelli di autorizzazione concessi .
Esisterebbe anche un’altra coppia di documenti emessi nel 1999-2000, diffusi tramite campagna di proposizione alla stampa [con solo una pubblicazione e mezzo] nel 2002 e aggiornati nel 2005 che eventualmente vi proporrò singolarmente se vi sarete interessati .
Infine vi invito a considerare attentamente un punto proposto quasi incidentalmente da @mario quando dice “c'è l' "illusione" di essere tutti più "vicini", ma dove invece il fenomeno è che siamo tutti sulla stessa app proprietaria (monitorati e merce di scambio inconsapevole).
I due punti degni di nota sono infatti “monitorati “:
tutto il contenuto che produciamo , anche per il solo fine di fornircelo e metterlo in ordine è conservato in un DB e può essere non solo richiesto per fini di sicurezza o di eventuali sanzioni ma anche e in ciò consiste almeno una parte del “merce di scambio inconsapevole” editato revisionato e pubblicato a nostra insaputa sotto il nostro nome ma magari malamente decontestualizzato o sotto nomi e pseudonimi altrui , mentre le nostre anagrafiche e preferenze, e questa è l’altra parte, possono essere vendute [FB ha un impegno ufficiale a non farlo ma non è come le leggi dei medi e dei persiani incise nella pietra , se pensate che in America ci sono stati dei MUNICIPI che hanno venduto i db anagrafici a imprese di sondaggi demoscopici e di pubblicità(posso tentare di recuperare i relativi articoli di giornale) ] per incrementare le entrate pubblicitarie.
Per finire a @Gianluca Garrapa che dice “ la patologia del denaro rende arcaica ogni possibile idea” faccio osservare che “arcaica” nel lessico della lingua italiana significa “irrimediabilmente e insopportabilmente antiquata e quindi da dismettere a vantaggio di altre forme più adeguate “ e questo rende poco comprensibile la tua frase.
La tua espressione “patologia del denaro” però mi trova concorde in almeno tre punti 
1. tutto il denaro è patologico da quando ha perso il suo valore di unità di misura per lo scambio ed è diventato oggetto di scambio direttamente lui stesso perdendo ogni ancoraggio con quantità verificabili sperimentalmente e non solo attraverso teorie econometriche. 
2. l’aspetto più patologico e più completamente inutile del denaro è la moneta coniata o battuta che poi conduce all’abuso di strumenti monetari per controllare l’economia senza contare le varie forme di circolazione parallela e quasi sempre illegale. 
3. nel nostro paese poi viene usato per reprimere [invece che per incoraggiare] la libertà di pensare e inventare. 
Direi che tanto possa bastare.
saluti, Claudio


Paolo Lapponi: grazie Claudio, però anche i commenti (almeno il mio) arriveranno tardi, qui c'è da leggere e riflettere a lungo ... ma non credo ci sia fretta ... semmai, au contraire, prima di dire sciocchezze ... a bientot :-))


Mario Esposito: Allora, prendo spunto da due autori - ossia Lawrence Lessig (2001, 2005) e Yochai Benkler (2007)- dei quali riprendo la suddivisione di un QUALSIASI sistema di comunicazione in TRE STRATI o livelli e la possibile scelta tra APERTURA e CHIUSURA dello strato.


1° Livello: FISICO, riguarda il a) il trasporto ----> reti wireless e banda larga e b) le apparecchiature ----> standardizzazione, mercato dei componenti.
2° Livello: LOGICO (Lessig lo chiama livello del codice), riguarda a) protocolli di trasmissione e b) il software.
3° Livello: CONTENUTO (è aperto ciò che non usa il "copyright", chiuso ciò che fa ricorso a brevetti e monopolio sui database, molto in sintesi).


Occorre poi inserire il concetto di COMMONS, ossia beni comuni, e COSA vogliamo che sia tale.
Se analizziamo la RETE (o se preferite il WEB che è lo stesso) attualmente qual'è il livello di apertura e di chiusura dei tre strati dell'Internet delle applicazioni come Facebook, Twitter, e di quelle proprietarie di Google ecc.?
Occorre discutere su questo e se VOGLIAMO che ci sia un livello irrinunciabile di COMMONS oppure se "non ci frega una mazza" (scusate il lessico, hehe) e basta che comunichiamo comodamente e "cazzeggiamo" nel tempo libero.
Spero di essere stato sintetico e chiaro :-)


Marco Faq ヅ : Questo passaggio dalla sintassi "canonica" a quella di "passeggio" sempre "vestita addosso", credo che era un passaggio naturale..con l'App.store (Apple), non tanto il device.. i develompers hanno capito di cucire sul consumatore un ecosistema tout court da poter accompagnare in tutta la giornata le sue scelte, la sua organizzazione sociale e i consumi.
Ma per farlo hanno dovuto le major inventarsi un nuovo codice, uno leggero, veloce senza "kernel".
Dimostrazione fu, che per la prima volta a Las Vegas S.Balmer presentò il primo tablet con windows 7 prima del Keynote di Apple che lanciò iPad..cosa incredibile per un'azienda come Microsoft che non azzarda...infatti quel Tablet presentato non uscì mai..perchè aveva la sintassi usata nelle piattaforme desktop o laptop..che non solo è elefantica e agganciata a delle API statiche..ma era sbagliato poter portare un Os pensato dall'inizio per un consumatore "casalingo"..
L'Os Apple o Android è stato concepito per un consumatore attuale, che veicola i contenuti in modo LITE e senza miliardi di codice intersecanti da dover stutturarsi in passaggi O/I noiosi e "perditempo"..


Claudio Cannella: caro @mario 
facendo riiferimento a ISO-OSI e ai tuoi autori 
il livello che loro chiamano "le reti" ossia i livelli PLS e LLC di ISOOSI sono aperte - i componenti sono standard [solo le SIM e le impostazioni di EEPROM cambiano , WIFI e WIMAX sono standard IEEE802 equindi americani ma sempre standard ] 


Mario Esposito: Vorrei invitarvi ad un'analisi dei tre livelli e dire per ognuno se sono aperti o chiusi, in modo che tutti possano capire.


Claudio Cannella: caro @mario
continuando l'analisi seguendo quelle due falseriche 
il livello intermedio quello che loro chiamano SW protocolli e che ISO OSI chiama transport ed internetwork e che voi avete battezzati INTERNET sulla scia di Wolff sono pure "aperti" nel senso che sono talmente standard che anche i più famosi produttori come IBM e CDC hanno rinunciato ai loro proptocolli prorietari per raggiungere il massimo del bacino di utenza 
per gli altri 3 strati ti rispondo successivamente. 
k


Claudio Cannella: il quinto strato , che come ti dissi si chiama session e si preoccupa dei dettagli amministrativi, statistici e autorizzativi è per il web essenzialmente aperto in quanto basato su HTTP e FTP e ODBC dove serve , e tutti questi sono standard interpiattaforma , e approvati dal w3c che rigetta le tecnologie brevettate ritengo che le app più popolari come twitter , FB , myspace e linkedin a questo livello sino aperte ma non esiste modo di saperlo , a meno di non andare a vvisezionare le loro API
nel caso del sistema applicativo descritto nelle mie note sarebbero invece chiusi , perchè l'accesso alle applicazioni che entrano nei DB è bloccato dai protocoli proprietari qui però siamo ancora a quello che i tuoi autori chiamerebbero SW protocolli.
Per quanto attiene ai dati inerenti probabilmente ai database sia accede con ODBC e più faciklmente con mYSQL che con ADO [che ha qlc paio di problemi] ma i dati possono essere proprietari e quindi i contenuti come dicono loro possono essere tanto chiusi quanto aperti chiusi


Graziano Terenzi: discussione di sicuro molto interessante... @Claudio Cannella: caro Claudio, stavo iniziando a pensare di aver perso la memoria, in quanto mi hai attribuito un punto di vista che non ricordavo di aver espresso in questa sede. Poi mi sono accorto che le parole attribuitemi sono di Gianluigi Colaiacomo in un post poco più sotto del mio. Ti prego di riguardare il mio post che in realtà ha posto solo il problema dell'apertura/chiusura e ha sottolineato l'importanza di chiarire meglio i concetti sui vari livelli.


Claudio Cannella: nell sesto nel settimo strato - quello che loro chiamano SW e che ISO-OSI chiama incvese Presentation e APplication il SW è per il web aperto basato su HTML e le tecnologie succedanee indicate sopra e tassativamente non proprietario {lo stesso w3c e ICANN [che è a cosa più vicina ad un sisttema di censura ideologica che ci possa essere sulla rete con la sua facoltà di non assegnare gli spazi di indirizzi] hanno provveduto a far annullare i brevetti su MP3 e sulla tecnologia hyperlink } mentre per le application è certamente più chiuso.  allo strati che loro pongono come successivo invece cioè i ,contenuti , che a mio avviso sono comunque inestricabilmente connessi con almeno gli ultimi 2 può essere aperto come wiki e i trilioni di pagine pubbliche o chiuso a scelta dell'utente : chi condivide gratutiamente senza aspettrarsi vantaggi economici li lascia aperti [anche quando il pizzicarolo è invece inesorabilmente chiuso] chi invece ha investimenti infrastrutturali e pubblicitari o segreti di varia natura da proteggere da proteggere li chiude 
le app tendono a far uso di contenuti aperti prooposti da altri ma essenzialmente a chiuderli ai loro utenti e ale loro metodologie e piattafornme di accesso. almeno a me parrebbe così 


Mario Esposito: Claudio, urge una SINTESI :-)


Ossia, partendo dalla classificazione in TRE strati (al momento atteniamoci a quella), proviamo a scrivere motivando :
1° Livello: Facebook è aperto o chiuso ? e PERCHE'?
2° Livello: Facebook è aperto o chiuso? e PERCHE'?
3° Livello: Facebook è aperto o chiuso? e PERCHE'?
Poi andiamo avanti con tutti gli strati che vuoi, ma sarebbe utile partire da questa suddivisione per poi affrontare il discorso dei COMMONS.


Claudio Cannella : livello 3 - i contenuti sembrano implicitamente aperti , nel senso che devi garatire di non esigere e di non violare il copyright e chiunque 
livello 2 - il sw non è dato di saperlo a me pare sw è aperto nel senso di gratuito ma chiuso nel senso sttrettamente collegato alla piattaforma flash e ai suoi propri schemi applicativi - 
i protocolli sono aperti , standard e non proprietari escluso probabilmente la messaggistica interna fra FB e le app sue , ma bisognerebbe leggere le API che danno per scrivere le applicazioni 
livello 1 - fisico - aperto std e non prprietario 
il web è aperto completamente sui duee livelli alti e opzionale sul terzo


Mario Esposito: Dopo un pò di riflessione, direi che il 1° Livello se andiamo sul wireless è su reti proprietarie (Vodafone, Telecom ecc.) e se siamo su quelle fisse mi pare ancora peggio visto che se non sbaglio il grosso è ancora di Telecom. Quindi non è aperto (per aperto intendo ad esempio le reti wireless municipali gratuite).
Il 2° Livello credo di non sbagliare dicendo che a livello di protocolli dovrebbe essere in gran parte "aperto", mentre offre spazi aperti e chiusi a macchia di leopardo per quanto concerne il software (nel caso di Facebook tale livello mi sembra chiuso essendo un'applicazione proprietaria).
Il 3° Livello, quello del contenuto, direi che è anche qui a macchia di leopardo (un "arcipelago" di chiusure ed aperture) e che il copyright è ancora molto diffuso nelle sue logiche classiche.
Per Facebook questo livello è sostanzialmente chiuso, in quanto da quel che mi risulta non siamo padroni dei contenuti che postiamo, tant'è che ogni tanto spariscono o si viene bannati (da FB intendo).
Una mia prima conclusione provvisoria è che l'evoluzione del Web stia consistendo in un "trade off" tra utilità, semplicità e velocità delle applicazioni da un lato (lato utente) e chiusura dei livelli di cui sopra ad opera dei proprietari (lato offerta) delle applicazioni (fermo restando che l'infrastruttura, in Italia, è privata).
Considerata la predetta "usabilità", anche in mobilità, il comportamento medio delle persone è di impronta utilitaristica e non sembra essere molto interessato alla NUOVA ECOLOGIA del Web, che non nasconde l'aspetto che dicevamo prima nel quale siamo tutti "mappabili" e quindi "merce di scambio inconsapevole".
La cyber-relazione prevale sul COME si svolge e sul COSA implica a livello "politico".
Resterebbe quello che si chiama open-source ma che sinceramente mi sembra sia sempre più un'offerta di nicchia, almeno da quel che si osserva.


FINE SECONDA PARTE





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