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venerdì 19 novembre 2010

Menti vaganti

Un recente articolo su Le Scienze online intitolato "La mente che vaga rende infelici" ha recensito uno studio di Matthew A. Killingsworth e Daniel T. Gilbert della Harvard University in cui sembrerebbe che ci sia una correlazione tra la tendenza della mente umana alla "divagazione" e l'infelicità.
Ben il 46,9% del tempo di veglia degli intervistati sarebbe stato impiegato a pensare a qualcosa di diverso rispetto a quello che stavano facendo e questo risultato è stato associato ad un rischio di infelicità nell'ipotesi che pensare al "qui e ora" dovrebbe essere sinonimo di soddisfazione, come quando ad esempio si fa l'amore.
Ci si potrebbe chiedere allora se la nostra "tendenza all'infelicità" non possa essere una conseguenza della struttura della mente, che per quanto tentiamo di "governare" quotidianamente nelle attività che compiamo alla fine sembrerebbe che faccia decisamente tutt'altro andandosene spesso e volentieri a "fantasticare" per i fatti suoi.
Ma quale è la struttura della mente? Esiste una struttura precisa e codificata? E che relazioni ci sono tra questa ipotetica struttura e la coscienza?
Il tema, come ben sappiamo, è dei più spinosi perché parlare di "struttura della mente" ci pone di fronte intanto ad un problema ancora molto dibattuto, ossia cosa é la mente e che rapporti ci sono fra mente e cervello.
Parlare di mente e cervello presuppone già una sorta di "divisione" a priori fra la componente neurobiologica, ossia il cervello, ed una componente che in genere definiamo come psichica e che non sembrerebbe essere completamente riducibile a quell'ammasso molle, detto anche "wetware" in analogia con l'hardware dei computers, che è il cervello.
In filosofia della mente il problema dell'identità o meno fra cervello e mente è una questione a dir poco cruciale e ci sono svariati approcci che vanno dal riduzionismo fisicalista più radicale (identità fra cervello e mente, inesistenza dei qualia o stati coscienti soggettivi e delle rappresentazioni mentali, come ad es. nel connessionismo di Patricia e Paul Churchland o di Avshalom C. Elitzur) a forme di fisicalismo (o materialismo)  che tentano di distaccarsi dal riduzionismo con ipotesi anche molto diverse come quelle all'interno del funzionalismo (es. funzionalismo computazionalista di Jerry Fodor che si basa sulla natura simbolica del mentale che sopravviene al substrato neurobiologico e che ammette la realtà dei qualia e delle rappresentazioni mentali) o del cosiddetto emergentismo (la mente è una proprietà emergente del cervello, come ad esempio nell'approccio neurofenomenologico di Francisco Varela) fino a forme di vero e proprio dualismo ontologico fra mente e cervello in cui si ritiene che i principi della fisica e della biologia non siano in grado di spiegare la mente e le sue proprietà (la realtà della mente sarebbe in questo caso del tutto metafisica).
Nell'articolo "The character of consciousness" del blog Conscious Entities, che recensisce l'omonimo ultimo libro di David Chalmers (la cui "extended mind" del 1998 scritta assieme ad Andy Clark è stata tradotta per la prima volta in Italia nell'ultimo numero di Micromega 7/2010), si parla dell'annoso problema dei "neural correlates of consciousness" (NCC) e l'autore del blog a mio parere fa un bell'esempio quando dice:

"While some simple correspondences between neural activity and specific one-off experiences have long been well evidenced,  I’m pessimistic myself about the possibility of NCCs in any general, useful form.  I doubt whether we would get all that much out of  a search for the alphabetic correlates of narrative, though we know that the alphabet is in some sense all you need, and the case of neurons and consciousness is surely no easier."


Le lettere dell'alfabeto sono i "mattoni elementari" del linguaggio con i quali si costruisce ogni tipo di espressione e di "narrativa", ma non possiamo desumere dai mattoni che tipo di edifici possano venir fuori essendo la loro combinazione imprevedibile in maniera intrinseca e radicale: ne può uscir fuori un libro di poesie stupendo o un racconto decisamente noioso (a proposito, quale è il correlato neurale di "noioso"?...). La ricerca puntuale dell'identità dei correlati neurali con gli stati mentali è un pò come (l'inutile) ricerca dei correlati alfabetici della narrativa: resta il fatto che quest'ultima è "intrinsecamente irriducibile" alle singole lettere.
Ecco perché il tentativo di trovare una forma di identità fra livello neurobiologico e livello mentale-cosciente è in realtà l'idea di una "forma di identità ingenua di una corrispondenza biunivoca fra i due livelli e bisognerebbe piuttosto concludere che ad un livello descritto da un linguaggio cognitivo simbolico (livello "mentale", nda) non corrispondono gli stessi stati sub-simbolici (neurobiologici, nda). Quello che succede nel cervello è incomparabilmente più complesso e perciò i correlati neurali non andrebbero visti come semplici costituenti delle produzioni simboliche, ma piuttosto come un insieme di risorse che si attivano in risposta agli stimoli dell'ambiente e ricostruiscono ogni volta in maniera diversa risposte immagazzinate che noi descriviamo attraverso un modello simbolico dietro il quale c'è un'attività complessa ed opaca di continua emergenza a livello neuronale. In altre parole, un concetto può essere richiamato da situazioni che corrispondono a correlati neurali legati a dinamiche molto diverse fra loro" (Licata, 2008).

Se accettiamo il paradigma, invece, della mente come sistema complesso ed emergente dal cervello nel quale dunque esisterebbe una forma di "organizzazione multi-codice" delle connessioni neurali (sub-simboliche e simboliche con relative logiche differenti e irriducibili), possiamo immaginare che la struttura della mente di cui parlavamo sia non solo sintattica e computazionale (si parla di computazione naturale e analogica), ma semantica e rappresentazionale con la capacità di tipo "poietica" di sempre nuovi significati.
Un modello che sembra essere fecondo in tal senso è quello dell'apertura logica (i sistemi logicamente aperti sono in generale quelli "metastabili" e "lontani dall'equilibrio grazie a processi energetici molto complessi di feedback non lineari che contrastano la tendenza all'aumento dell'entropia e in cui dunque la chiusura logica salta perchè l'informazione necessaria per descrivere il comportamento non è interamente disponibile all'osservatore (Licata, 2008)").

L'idea è quindi che il sistema cervello-mente si trovi in una sorta di continuo stato "stocastico" (in cui le attività cognitive sono intimamente accoppiate alla interazione con l'ambiente e con sé stesso in maniera probabilistica) e anche di "indeterminazione semantica" in quanto è sostanzialmente imprevedibile "descrivere con un modello dell'osservatore (vds. Licata, ib.) la complessità del comportamento del sistema osservato" (cosa penseremo fra un minuto? E come diremo domani una cosa che abbiamo studiato ora? Che parole useremo e che idee ci verranno?).

Ne conseguirebbe che la struttura della mente sarebbe per sua natura tendente alla divagazione di cui parlavamo all'inizio di questo post e che pertanto è l'elevato grado di apertura logica della mente umana che la rende in qualche modo "apparentemente illogica" e tendente a quello "stato di infelicità" che scaturirebbe dal non "essere focalizzata nel presente".


Ovviamente c'è un risvolto positivo della medaglia: la grande potenzialità creativa che non potremmo avere se non fossimo predisposti all'infelicità, ma anche alla felicità, dalla nostra complessa architettura mentale. Insomma, siamo tutti un pò delle "menti vaganti" e questo stato è di tipo profondamente neurobiologico, ma non è proprio tutto negativo quello che ne esce (o emerge) fuori.
L'importante, però, è forse fare attenzione alle cose che contano davvero e questo è tutto un altro problema e spesso le conseguenze non sono delle migliori.

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Letture consigliate:
Alfredo Paternoster, Introduzione alla filosofia della mente, La Terza 2010;
Ignazio Licata, La logica aperta della mente, Codice 2008.



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2 commenti:

Ivo Quartiroli ha detto...

Punto importante di riflessione per le tecnologie digitali dove si tende a vagare. Si può anche vagare con la mente e nello stesso tempo essere presenti e consapevoli al vagare e rimanere nel "qui ed ora". Il punto è mantenere il testimone interiore, il "ricordo di sé" e non perdersi nell'accadimento esteriore. Ma tutta l'industria dell'IT rema contro, mica facile. Fossimo dei Buddha forse forse...

MarioEs ha detto...

Si Ivo,
le tecnologie digitali, in particolare il Web, ma non di meno i videogames, sono il "regno della ipnosi cognitiva" dove la parte attiva e "poietica" (rispetto ai mass media come la Tv che ci vedono prevalentemente passivi) dovrebbe recitare la parte "attentiva", ma al tempo stesso stimola la componente strutturale "divagatrice" in un feedback circolare che può anche comportare problemi seri se non è gestita con intelligenza.
Se si trascorre molto tempo "attenti" (ma al tempo stesso "divagando") a usare quella "extended mind" (per dirla alla Chalmers) che sono le protesi digitali il risultato può essere quello di perdere la capacità di "guardarsi dentro" e "attorno" finendo con lo scambiare l'immagine/rappresentazione digitale con la totalità del proprio essere corpo-mente e del mondo.
Come al solito serve consapevolezza, ma è difficile, tremendamente difficile.

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