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domenica 28 novembre 2010

Daniel Dennett e la storia del pandemonio neuronale

Lo so, lo so che non vi sentite delle "scimmie tecno-digitali", ma d'altronde da lì veniamo da un punto di vista evolutivo e non dobbiamo vergognarcene più di tanto a patto di essere il più possibile critici e consapevoli su ciò che facciamo o che altri ci inducono a fare.
Come diceva Desmond Morris dopotutto siamo delle "scimmie nude" , ma chiaramente su questo substrato comportamentale da "primati" si è innestata l'evoluzione culturale e tutto ciò che ne è conseguito (vedi anche ad es. Luigi Cavalli Sforza, 2004).
Vi propongo adesso un video del filosofo Daniel Dennett di qualche anno fa sulla coscienza (ma la sua visione sul tema non è cambiata molto) che a sua volta ha proposto su Facebook l'amica Giovanna Di Giorgio, che pertanto ringrazio dello "stimolo" all'approfondimento.
E' per fortuna sottotitolato anche in italiano per cui basta che selezioniate la lingua in basso a sinistra nell'apposita finestra.

Il "Dennett pensiero" che emerge da questo video provo a sintetizzarlo nelle seguenti proposizioni:

1. Ognuno di noi si ritiene un esperto della coscienza per il fatto di essere un individuo pensante;
2. In realtà noi esprimiamo delle mere opinioni sulla coscienza come su altri argomenti, come ad es. il cambiamento climatico, senza essere degli esperti;
3. La nostra coscienza non è nient'altro che il risultato dell'interazione di "orde di neuroni", per la precisione 100 miliardi di cellule neuronali;
4. Vi è una perfetta identità fra stati neuronali e stati mentali;
5. Non ci sono cause o spiegazioni della coscienza che non siano squisitamente naturali e biologiche;
6. Non siamo coscienti di come il cervello percepisce la realtà esterna, i cui "dati" vengono "aggiustati" e previsti in maniera "bayesiana" e automatica (vedi i vari esempi di percezione delle immagini);
7. Non esiste un centro di comando all'interno del cervello che "dà ordini" a tutto il resto (negazione del cosiddetto "teatro cartesiano", detto anche "materialismo cartesiano");
8. Esiste tutt'al più una specializzazione funzionale delle aree del cervello (es. la specializzazione dei 2 emisferi cerebrali, la localizzazione delle funzioni soprattutto a breve termine della memoria nell'ippocampo ecc.).

Vediamo allora punto per punto in che modo e dove l'approccio di Dennett (che lui definisce eterofenomenologia) può essere considerato "riduzionista" attraverso le conseguenze di ogni assunto:

1. Questo punto mira ad escludere tout court il soggetto e la sua personale "teoria della mente", che potremmo definire "ingenua" o "folk psycology" (spiccatamente riduzionista) ;
2. Ne consegue che se il "soggetto non esperto" ha delle opinioni sulla coscienza e gli stati mentali, quindi esperienze soggettive di tali stati, tali esperienze non hanno alcun valore di cui la scienza debba tener conto. Quello che conta è l'osservazione "in terza persona" (spiccatamente riduzionista)
3. Il cosiddetto flusso di coscienza non è nient'altro che la dinamica dei miliardi di neuroni che compongono il cervello, ma non viene precisato quale tipo di dinamica (spiccatamente riduzionista);
4. Ne consegue che ad ogni stato mentale corrisponde sempre un unico ed identico stato cerebrale (configurazione neuronale), ossia che c'è una identità mente-cervello di tipo prevalentemente lineare e seriale, del tipo Turing-computazionale (riduzionista, adesione al funzionalismo computazionale);
5. Non ci sono cause extra-biologiche che originano la coscienza: si esclude, dunque, ogni metafisica della mente irriducibile alla fisica ed alla biologia del cervello (non riduzionista, ma "naturalista" ed anti-metafisico);
6. Il cervello ha dei meccanismi di funzionamento "a priori" che gli fanno percepire la realtà in una certa maniera (secondo certi "pattern") e questi meccanismi sono per noi quasi totalmente inconsci. Ne consegue una sorta di determinismo neurobiologico della percezione in cui la coscienza non interverrebbe quasi per nulla (riduzionista, "naturalista");
7. Non esiste un centro ed una periferia all'interno del cervello, ma è l'insieme delle "orde di neuroni" (il "pandemonio di homunculi dennettiano", cfr. Dennett 1991) che da' vita a pensieri e coscienza (non riduzionista, apertura alla scienza cognitiva postclassica ed al connessionismo);
8. Ci sono delle modularità del cervello associate alle varie funzioni mentali (non riduzionista, funzionalista, alcuni influssi della teoria computazional-rappresentazionale di Jerry Fodor).

In realtà Dennett non esclude del tutto la "psicologia del senso comune" o folk psycology, ma accetta implicitamente che "il fallimento della sopravvenienza degli stati mentali sugli stati computazionali comporti il divorzio fra la psicologia del senso comune, che è esternistica, e la psicologia scientifica, che è internistica (Paternoster, 2010)(l'internismo è una posizione in base alla quale il contenuto mentale viene considerato essenzialmente interno alla mente, mentre l'esternismo lo considera in parte determinato dall'ambiente).
Per Dennett, dunque, ci sono "due livelli di spiegazione, detti rispettivamente livello dei sistemi intenzionali (soggettivo e semantico) e livello del progetto (subpersonale e sintattico). Soltanto il funzionalismo computazionale è scientifico, ma questo non fa della psicologia del senso comune una teoria falsa, perché essa soddisfa criteri di adeguatezza quali coerenza interna e valore predittivo" (Paternoster, cit.).
In estrema sintesi, non viene negata la "realtà" del soggettivo, ma viene escluso che tale realtà possa essere oggetto di studio scientifico con teorie e modelli di tipo scientifico.
Ne consegue che per il nostro i "qualia" non esistono (ripeto, in senso scientifico) e che "nella versione dennettiana dell'eliminativismo si cerca di argomentare in favore dell'illusorietà della coscienza fenomenica combinando due strategie. Da un lato, Dennett riprende l'argomento comportamentistico, specificatamente wittgeinsteiniano, dell' impossibilità di riferirsi a stati privati: apparentemente noi parliamo come se avessimo stati privati di esperienza, ma un'attenta disamina di questo modo di parlare mostra come la supposta esistenza di tali stati non sia affatto un requisito necessario (comportamentismo logico, nda). Dall'altro lato, Dennett afferma che nel cervello non esiste un centro della coscienza, cioè un sistema centrale che coordina tutte le varie operazioni cognitive; esistono bensì una moltitudine di agenzie cognitive (Dennett li chiama anche "folletti" o "homunculi", nda) che operano in modo parallelo ed indipendente e l'impressione del controllo operato da un io cosciente scaturisce dal fatto che di volta in volta l'una o l'altra di tali agenzie guadagna l'accesso ai centri del linguaggio" (Paternoster, cit.).
Dunque, sarebbe l'emersione linguistica di questo "pandemonio neuronale" a dare l'impressione di un io cosciente e dei suoi qualia, che in realtà non ha una esistenza oggettiva e scientifica.
D'altronde non è chiaro per lo stesso Dennett come avvenga questa produzione linguistica, che dunque resta un grosso punto da chiarire se non si accetta la sopravvenienza degli stati "mentali" su quelli "computazionali" (di qualsiasi computazione si tratti).
Insomma, restano questi 100 miliardi di neuroni "indemoniati" che alla fine ce ne combinano di tutti i colori e per i quali non abbiamo una teoria soddisfacente che esprima come "diventino" l'insieme delle nostre esperienze, pensieri, parole.
Utilizzando la definizione di Ned Block che distingue una Coscienza-F (coscienza fenomenica, quella delle esperienze soggettive) ed una Coscienza-A (coscienza d'accesso, quella degli stati rappresentazionali e cognitivi, descrivibile in termini oggettivi ed in cui l'autocoscienza è una metarappresentazione ossia uno "stato mentale del secondo ordine" in cui riflettiamo su noi stessi), potremmo dire che Dennett non accetta nella maniera più assoluta l'esistenza della Coscienza-F e confida nel fatto che la scienza cognitiva riuscirà a spiegare la coscienza solo in termini di Coscienza-A.
Una buona visualizzazione grafica delle posizioni sullo studio della mente è quella di Francisco Varela nel suo saggio "Neurofonomenologia. Un rimedio metodologico al problema difficile" all'interno di "Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell'esperienza cosciente", a cura di M. Cappuccio, che riporto di seguito:

Dennett in qualche modo ha una posizione "mediana" tra un approccio fenomenologico proposto dallo stesso Varela (in prima persona) e uno riduzionistico-eliminativista come quello ad esempio di Paul e Patricia Churchland o di Francis Crick  e di Cristof Koch (approccio in terza persona e eliminazione degli stati mentali e rappresentazionali che sono ridotti a stati cerebrali tout court).
Come dice lo stesso Dennett (1991), d'altronde:

"La mia spiegazione della coscienza è tutt'altro che completa. Si potrebbe perfino dire che è stato solo un inizio, ma è un inizio perché rompe l'incantesimo creato dalle idee che fanno sembrare impossibile una spiegazione della coscienza. Io non ho sostituito una teoria metaforica, il Teatro Cartesiano, con una teoria non metaforica (letterale, scientifica). Tutto quello che ho fatto, realmente, è stato di sostituire una famiglia di immagini e metafore con un'altra: ho rimpiazzato il Teatro, il Testimone, l'Autore Centrale, il Figmento con il Software, le Macchine Virtuali, le Versioni Molteplici, un Pandemonio di Homunculi. E' solo una guerra di metafore - potresti dire - ma le metafore non sono solo metafore, le metafore sono gli strumenti del pensiero. Nessuno può riflettere sulla coscienza senza di esse, così è importante equipaggiarsi con il migliore insieme disponibile di strumenti. Guarda che cosa abbiamo costruito con i nostri strumenti. Avresti mai potuto immaginarlo senza di essi?"


Adesso è però ormai il tempo di teorie che non parlino solo di "homunculi" e di "pandemoni", ma che cerchino di spiegare la fisica della mente e correlarla alla sua neurobiologia, sperando che si possa addivenire ad una spiegazione non solo della Coscienza-A, ma anche di quella F, cosa per altro di cui molti dubitano.


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4 commenti:

anatolai ha detto...

i concetti espressi, in questo modo, rarefatto,generalista,non danno spunti a precisazioni,ma scoperchiano solo aspetti del tutto ignoti del come siamo fatti, confondendo solo le idee..

e' bene sottolineare che tutto cio' che viene assunto ad esperienza,dal singolo individuo, a livello materiale,non e' altro che interazione di energia, essendo la materia,impalpabile , invisibile, multidimensionale,infinitamente probabilistica, la nostra capacita' di percepire, e' monodimensionale, nello spaziotempo,
vuol dire che nel momento dell'azione,possiamo percepire uno solo di infiniti modi di fare quella stessa esperienza,inconsapevoli, della pluralita' degli eventi possibili, possiamo viverne uno alla volta. noi non potremmo percepire la materia, possiam farlo solo grazie all'interazione di energie vibranti a frequenze diverse, ma anche il sasso piu' duro e' costituito da atomi con elettroni e protni che vibrano,e interferendo con l'energia gracitazionale,magnetica,viene percepito.. pesante... niente e' come sembra, oppure lo e', e' solo una delle infinite reali, possibilita'

anatolai ha detto...

ahhh, da un punto divista evolutivo non e' niente vero che veniamo dalle scimmie, se si parla in maniera scentifica, con dati inconfutabili in mano, allora e' vero che le scimmie sono scimmie e l'uomo e' sempre stato uomo,questo per il momento e' inconfutabile, alla faccia del poero darwin....che fu un grande pensatore, ma proprio per questo un grande costruttore di teorie, nulla di piu'.. la mente funziona per associazione, fa 1+1 uguale a due,solo perche' gli e' stato insegnato cosi', e non ci sono alti risultati,mentre invece.......

giovanna ha detto...

Noi veniamo dalle scimmie, facciamo esperienze multidimensionali ma non siamo immuni dall'imbecillità. Accumulare dati o nozioni non ha mai fatto un uomo intelligente, lo dicevo proprio ieri ad una mia amica diciottenne capace di superare intellettualmente qualsiasi quarantenne pluri-laureato. Purtroppo ce ne sono poche in giro.

MarioEs ha detto...

@ Anatolai
I miei post cercano di dare solo degli spunti di riflessione, tutto qui, alcuni li apprezzano altri no, per cui grazie per aver espresso il tuo punto di vista che per altro non aggiunge molto al tema del post, proponendo invece la metafora sempre suggestiva dell'energia, degli elettroni e delle vibrazioni con accenno alla realtà quantistica. I lettori di questo blog credo che sappiano molto bene dell'equivalenza tra massa ed energia e che la materia non è il "sasso" di cui parli :-)
Quanto alla nostra discendenza dalle "scimmie" direi che non mi sembra che ci siano dubbi particolari, a meno che non vogliamo imbarcarci in ipotesi colorite, tipo che siamo frutto di un esperimento alieno o ipotesi di tipo "creazionista" e in entrambi i casi direi che di scientifico c'è molto poco.

@ Giovanna
Indubbiamente le nozioni non fanno l'intelligenza, concordo.

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