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domenica 10 ottobre 2010

Sulla Terza Cultura e la comunicazione della scienza

Come sempre Ignazio Licata fornisce con i suoi articoli degli ottimi spunti di discussione e quindi colgo l'occasione fornita dal suo "Terza cultura o giusta distanza?" per dire la mia (modesta) opinione sul rapporto tra scienza e società.
Licata inizia così il suo ottimo articolo:
"A volte in un frammento è contenuta un’intera questione. All’altro capo del telefono un’amica umanista (bravissima nel suo campo) : "Hai sentito che la gravità non esiste?” , e poi, con maggiore incertezza: “pare che sia più che altro uno stato mentale”! Il riferimento è naturalmente alla recente teoria elaborata da Erik Verlinde, nell’ambito delle stringhe, sulla “emerging gravity”, questione ben nota in fisica, che inizia con Faraday ed arriva fino a Sacharov e Kleinert. Al solito, estrapolazioni ellittiche, metafore strapazzate, divulgazione a grana grossa, quel Public Understanding of Science con il quale bisogna fare i conti per promuovere lo sviluppo di una società fondata sulla conoscenza, uno degli obiettivi dell’Unione Europea. La suggestione della “terza cultura” di John Brockman ripropone il tema del rapporto tra scienza e società in termini che vanno ormai ben al di là del monito sul rischio di divorzio delle “due culture” di  Percy Snow;"

Ora, prescindendo dalla teoria cosmologica di Erik Verlinde - che molto in sintesi é basata sul principio olografico (per approfondire potete leggere l'articolo originale oppure questi commenti qui e qui) e  nella quale la gravità non è più considerata una "interazione fondamentale" (assieme all'interazione elettromagnetica, l'interazione forte e l'interazione debole), ma una proprietà emergente dell'entropia dell'universo (in sintesi un effetto termodinamico) e che, in tal modo, sembrerebbe (il modello deve essere testato e discusso sulle varie implicazioni) far dileguare l'ipotesi dell' energia oscura che causerebbe l'espansione dell'universo (l'energia oscura sta nel frangente "togliendo il sonno" a parecchi fisici da quando é stata postulata per giustificare l'accelerazione dell'universo) - osserverei innanzittutto (con riferimento alla domanda dell' "amica umanista" di Licata) che chiedersi "cosa esiste" in fisica, come in tutte le scienze, è una domanda molto pericolosa e forse anche non risolvibile nel suo ambito.
E' piuttosto una domanda ontologica e come tale di tipo metafisico, a meno di non voler fare una operazione "kantiana" e "appiattire" l'ontologia sull'epistemologia e quindi far coincidere "come e cosa conosciamo" con "l'esistenza di ciò che conosciamo".
Il logo del sito The Edge fondato da John Brockman


Mi spiego meglio facendo una domanda molto più "banale": esistono i quark? La risposta, a mio parere, è un "rigoroso" dipende!, ossia nel momento in cui gli scienziati misurano sperimentalmente i quark e ne trovano conferma con un rigoroso metodo scientifico, allora i quark sono degli "enti fisici" che possono far parte a pieno titolo del catalogo delle particelle subatomiche all'interno della fisica delle particelle (e solo in quello specifico catalogo).
Ma è evidente che il fatto che i quark dipendano da una misurazione e da una definizione fisico-matematica all'interno di un modello teorico falsificabile non li fa "esistere" a prescindere da tale misurazione, ossia nulla esclude che un domani una nuova teoria accettata dalla comunità scientifica non li ri-descriva in maniera completamente diversa, magari come "modi del campo quantistico" (utilizzo un termine molto generico) o chissà in quale altro modo.
In sintesi, pertanto, i quark "esistono" perchè li abbiamo portati noi ad esistenza con i nostri modelli teorici della realtà (descrizioni del mondo di tipo costruttivistico dal punto di vista epistemologico), ma non esistono in senso "assoluto". Sono delle grandezze fisico-matematiche misurate tramite gli esperimenti, tra l'altro allestiti proprio per "trovarle" dopo averle ipotizzate.

Lo stesso ragionamento potremmo farlo per qualsiasi ente fisico, per cui affermare che la gravità esiste o non esiste direi che ha poco senso se non precisando che il problema fisico é se "la gravità è misurabile oppure no come grandezza fondamentale" all'interno di un modello coerente fisico-matematico accettato dalla maggioranza della comunità scientifica. Il problema fisico è "solo" questo, ossia se la gravità è una grandezza fisica fondamentale oppure no.
La sua esistenza non è un problema fisico risolvibile all'interno della fisica, che non si occupa dell'esistenza dei suoi "oggetti" ma "solo" della loro misurazione.
Entanglement quantistico

Detto questo, vorrei riflettere sul rapporto scienza-società che secondo Licata è viziato da una divulgazione a "grana grossa" e spesso da una demagogia pilotata da esigenze di tipo economico e politico (si rischiano una sorta di "campagne elettorali" della scienza).
In merito è illuminante questo passo dell'articolo:
"Molte sono le insidie  nascoste nel termine “divulgazione”: un sapere i cui risultati “scendono” dalla torre d’avorio del produttore alla valle del consumatore, sfrondati dal “tecnicismo”, dal contesto in cui sono stati concepiti, il tutto condito dal tono friendly di un nuovo “newtonianesimo per le dame” (Algarotti, 1737), e dalla perentorietà della “spiegazione ultima”.  La “terza cultura” promossa da The Edge ha nella complessità e nell’evoluzione i suoi scenari più ampi, e questo dovrebbe ricordarci che sarebbe un rischio di impoverimento ridurre la sovrapposizione  e l’intreccio- anche conflittuale!- delle narrazioni umane su una direttrice univoca. Più volte, con gli amici del gruppo Scienza Semplice, abbiamo ricordato che la scienza è una forma raffinata di artigianato, nasce su problemi specifici e costruisce intorno ad essi approcci, metodologie e strumenti, cammino tutt’altro che lineare e privo di controversie. La scienza è un soggetto plurale e dinamico, non uno schiacciasassi culturale. Come scrive Levy Leblond “un enunciato scientifico non può essere vero o falso, ma solamente vero se e falso ma….la forza della scienza sta proprio nella capacità di definire le condizioni di validità dei suoi enunciati”.


Tutto giusto, almeno lo condivido in gran parte, ma il problema - come ho detto anche altrove - è che il linguaggio della scienza ormai non è più comprensibile dall'uomo di media cultura (figuriamoci dalla "massa"...) - e questo gap in qualche modo deve essere colmato da una divulgazione corretta, ma come? Quali sono le proposte concrete? Chi fa una divulgazione seria e comprensibile?
Inoltre, l'attuale stato dell'arte della fisica, ad essere molto pragmatici, è che il 95% dell'universo non sappiamo cosa sia e gli scienziati lo chiamano materia ed energia oscura (una definizione alquanto inquietante per una scienza cosiddetta "esatta" ... oltre alla ricerca del famigerato "bosone di Higgs" all'LHC di Ginevra che alcuni danno per certa altri un pò meno), a cui si aggiungono teorie che - come dice Ignazio Licata - spesso sono altrettanto oscure e le cui disquisizioni sono comprensibili solo agli "addetti ai lavori".
Un pò troppo, forse, per chi deve vivere a contatto stretto con la dura "realtà classica"!

Dunque cosa fare? E' meglio chiudersi in un "circolo chiuso" e parlare la stessa lingua solo con chi ci comprende o sforzarsi di comunicare alla gente che vuole sapere e ha diritto di sapere cosa sta facendo la scienza, che risultati sta conseguendo e con quali conseguenze?
E' meglio cercare di interagire da protagonisti con una "Terza Cultura" che pur vuole fare la sua parte o "snobbarla" come tentativo di scarsa qualità di mediazione tra scienza e società?
Infine, sarebbe bello poter leggere articoli divulgativi "ben fatti" (nel senso di Licata, quindi ritengo assimilabili a quelli reperibili su arXivanche in italiano, ma è diventata quasi una chimera come ben sa chi come me è sempre con il vocabolario (digitale per fortuna!) a portata di mano.
Un esempio lampante è il già citato LHC di Ginevra, dove sono impegnati diversi scienziati italiani, che però, almeno per quanto mi risulta, scrivono quasi esclusivamente in inglese e per comunicare forse solo con i propri colleghi (vista la difficoltà del linguaggio tecnico utilizzato).
Direi che una comunicazione siffatta è autoreferenziale e sinonimo di scarsa volontà di spiegare in maniera "più semplice" quello che si sta facendo e le sue implicazioni.
Questa spiegazione, ci tengo a sottolinearlo, non è da considerarsi "facoltativa" ma è invece "doverosa" perchè la scienza prima o poi si traduce in tecnologia e quest'ultima ha un impatto come sappiamo forte sull'economia, la cultura e le relazioni sociali. Non vorrei pensare che alla fine il cittadino è considerato dagli stessi scienziati solo nella veste di consumatore...
Pertanto, occorrerebbe essere sempre chiari ed intellegibili in maniera continua e costante attraverso una comunicazione che deve essere segmentata e calibrata opportunamente in base al target dei destinatari, "deficienti" (nel senso di chi manca di conoscenze, non fraintendetemi...) compresi.
Questo, a mio parere, non viene fatto o non spesso ed è una grave lacuna della scienza che troppo spesso delega ad una stampa "sensazionalista" il compito di divulgare le proprie scoperte. Poi, però, non lamentiamoci.

Concludo, affermando la necessità di una Terza Cultura (per usare il termine di Licata) che poi è una cultura della condivisione e della collaborazione dove però se manca il produttore di cultura - nella fattispecie lo scienziato - direi che la scienza rischia di fare un bell'autogol, che forse sta già subendo se è vero che ci interessa (socialmente parlando) più l'Iphone che il bosone piuttosto che il genoma e l'evoluzione delle specie.

La "giusta distanza" non è - imho - un problema, il problema è tentare di ridurla sempre di più e nelle forme possibili, sempre che lo si voglia davvero.

Colgo l'occasione, infine, per salutare - ovunque sia - Ignazio Licata, che come sapete ho avuto l'onore di conoscere.

"Il vero problema si rivela così quello, assai più sottile, non della condivisione dei saperi in astratto, e tantomeno di una loro integrazione forzata, ma la condivisione delle responsabilità e delle scelte in mondo sempre più complesso" (I. Licata)



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4 commenti:

Anonimo ha detto...

"blogghite" acuta :-) eh eh eh ... non si fa in tempo a ragionare un pò sul frivolo post di ieri che esce fuori la minuzia di oggi ... vabbè :)
Paolo Lapponi

MarioEs ha detto...

il post precedente era serissimo Paolo, dove era la frivolezza? Non lo avrai mica confuso con un articolo di Novella 2000... ;-)

Davide ha detto...

Felice di veder finalmente parlare di John Brockman e di Terza Cultura in Italia. Ho apposta pubblicato la traduzione "Il Lungo Presente" di Stewart Brand in Italia - un libro 'istigato' da Brockman.

Brand sarà peraltro in Italia in novembre. Ci sarebbe dovuto essere pure Brockman, sostituito a quanto pare dal sempre interessantissimo Clay Shirky

MarioEs ha detto...

Ottimo Davide, tienici aggiornati :-)

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