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domenica 27 febbraio 2011

Il regresso all'infinito e la sua "naturalità" (3ª Parte)

Il meccanismo del regresso all'infinito, secondo Virno, è inseparabile dal suo arresto, che è evidentemente necessario per evitare quello che con una analogia con il linguaggio computazionale è chiamato halting problem (il problema della fermata, che è invece indecidibile nel senso di Godel per una macchina di Turing) e che quindi rende l'essere umano anche da questo punto di vista intrinsecamente diverso da un computer.
L'arresto del regresso nelle parole di Virno "è un dato di fatto, una evidenza empirica (...) E' innegabile che nell'arco di una vita, ma anche di una singola giornata, sono innumerevoli le occasioni in cui arrestiamo la spirale delle metarappresentazioni e dei trascendimenti. Il 'basta così' incrocia l' 'e così via' come l'ascissa la sua ordinata'."
In realtà, l'arresto è secondo il nostro autore un fatto bifronte poiché "al pari di qualsiasi soglia o confine, può essere considerato tanto una via d'uscita che una via d'accesso. Uscita dalla situazione in cui l'identico limite viene riproposto ricorsivamente ad opera del suo stesso superamento; accesso alla conoscenza del dispositivo logico che, istituendo l'infinito andirivieni tra limite e superamento, genera una situazione di tal genere".


Virno identifica due generi principali di interruzione del regresso, che sono:
a. l'interruzione mimetico-omeopatica;
b. l'interruzione proiettiva, che a sua volta si distingue in due sottoclassi : la proiezione del tutto nella parte e la proiezione in uno spazio bi-dimensionale (del tipo ascissa-ordinata, un cui esempio può essere quello filosofico kantiano di scissione tra fenomeno e noumeno o cosa in sé).

L'interruzione mimetico-omeopatica (detta così perché "cura" il regresso con i suoi stessi principi) è data innanzitutto dal termine stesso ' e così via ' che, se considerato anzichè come connettivo sintattico, ma come sintagma lessicale, "implica la sospensione del regresso effettivo. Quando si dice 'e così via, all'infinito', si rinuncia di fatto a rappresentare ancora una volta le proprie rappresentazioni, ci si astiene dal costruire un ennesimo metalinguaggio, si spezza la spirale autoriflessiva a cui è soggetta la vergogna (vergogna di provare vergogna, e poi vergogna per questa seconda e più complessa vergogna ecc.)".


In maniera analoga al sintagma 'e così via, all'infinito', ci sono innumerevoli tipi di interruzione mimetico-omeopatica che possiamo trarre ad esempio da un simbolismo come quello matematico: la radice quadrata di due, √2, ci consente di esprimere in maniera "sintetica" il risultato del suo calcolo che è 1,414213562... e, come dice Virno, "esonera da un compito di cui non si intravede il termine".
Gli assiomi in senso lato sono un altro modo di interruzione mimetica del regresso, in quanto fungono da cornice e quindi costituiscono un limite invalicabile entro il quale si svolgono le sequenze ricorsive. Virno considera assiomi in tal senso sicuramente le proposizioni primitive di una teoria deduttiva, ma anche le convenzioni linguistiche e comportamentali e gli assunti teologici.
A rendere un assioma tale, secondo Virno, è "soltanto la tappa della fuga all'indietro che precede l'interruzione di questa stessa fuga; la tappa, cioè, che viene subito prima del sintagma 'e così via, all'infinito' con cui si sospende il regresso proprio mentre se ne ratifica la presenza".
Con l'assioma, quindi, si stabilisce un punto del regresso in cui "la procedura ricorsiva non è più usata, ma solo menzionata."


Oltre al concetto di assioma, che non sempre consente di "incorniciare" il linguaggio e l'esperienza umana, si inserisce quello di fondamento o "principio primo", ossia le condizioni di possibilità stesse del regresso all'infinito, che per Virno corrispondono alle condizioni di possibilità dell'esperienza umana e "nella misura in cui prendono le sembianze di un fondamento, sono proprio le condizioni di possibilità del regresso a determinare la sua interruzione".
Tra le condizioni di possibilità per eccellenza c'è il linguaggio verbale che costituisce ad un tempo lo sfondo e la figura di primo piano del regresso e della sua interruzione.
In sostanza, il linguaggio verbale è inteso come fondamento dell'antropogenesi spostando l'accento dal suo "funzionamento" al fatto che esso "è", ossia è uno stato di cose contingente che ha determinato il distacco dell'essere umano dall'animale, quindi rappresentando in tal modo una soglia rispetto alla vita pre-linguistica che è indifferenziata e quindi contraddittoria in quanto, come direbbe Aristotele, senza "logos". Ne consegue che il linguaggio verbale come fondamento dell'essere umano costituisce la premessa del regresso ed al tempo stesso la causa del suo arresto.
Il principio logico di non contraddizione in tale senso assume una valenza antropologica in quanto condizione di possibilità fondamentale dell'esperienza umana, che permette di distinguere e di dare un significato semantico all'esperienza stessa attraverso il linguaggio (l'esperienza pre-linguistica e sub-simbolica è caratterizzata invece da indeterminatezza semantica), costituendo così un fondamento/cornice per l'interruzione del regresso.

Sempre all'interno dell'interruzione mimetico-omeopatica troviamo il rito, che simulando una crisi della  "soglia antropogenetica" la ri-conferma ogni volta attraverso i suoi procedimenti.
In sintesi, nel rito si crea una instabilità, uno stato di indeterminatezza semantica e quindi "non-umana" per poi ri-dare significato ad una particolare condizione di gruppo sociale tipicamente umano.
A tal proposito Virno dice che "la prassi rituale si risolve in una costante oscillazione tra i due versanti della soglia antropogenetica (principio di non contraddizione e indeterminatezza semantica, nda). Questa oscillazione è imposta, del resto, proprio dal fenomeno a cui il rito si applica: la crisi periodica dell'antropogenesi, ovvero la parziale reversibilità delle prerogative che caratterizzano la nostra specie."
Attraverso questa "rievocazione" si arresta il regresso all'infinito determinato dal linguaggio.
L'interruzione proiettiva è quella che si esplica attraverso la cristallizzazione del pensiero e della prassi, dove i "cristalli del pensiero" sono le idee e i "cristalli della prassi" sono le abitudini.
Le idee sono una cristallizzazione del pensiero determinate da un processo di proiezione del tutto nella parte, ossia possiamo immaginare un rapporto mappa-territorio in cui la mappa-idea è essa stessa parte del tutto-territorio (esempio che Virno trae da Pierce).
Per Virno il "tutto" è sempre costituito da una diade, quindi una realtà bi-polare da cui si innesca il regresso (l'insieme ambiente-mondo, biologia-cultura, individuo-specie ecc.), e l'idea ne rappresenta una necessaria cristallizzazione che consente la descrizione dei singoli poli in un processo che si è visto essere di continua ricorsività (ambientalizzazione del mondo, mondializzazione dell'ambiente ecc.). Pertanto, l'idea è sempre autoreferenziale in quanto "l'idea-mappa, misurando l'intero territorio, misura anche sé stessa come parte del territorio. Più in generale: l'idea è davvero tale perché comprende al proprio interno tanto la giuntura che la differenza tra idea e fenomeno"  e ancora "ogni idea è sempre, in prima ed in ultima analisi, una rappresentazione della duplicità di aspetto che caratterizza la nostra specie."
Con riferimento alle idee così definite, Virno afferma che il principio del terzo escluso è destinato a soccombere in quanto "Se designiamo con la lettera A l'unità di biologia e cultura, e con non-A la loro divaricazione, la negazione di non-A, vale a dire "non non-A", non da' come risultato necessario A, giacché può rimandare, e nel caso delle idee senz'altro rimanda, a quel tertium datur che è l'inseparabilità di unità e divaricazione tra biologia e cultura (A e anche non-A). Mai passibile di esclusione, la terza eventualità è in realtà dirimente. Il regresso all'infinito scaturisce dal suo misconoscimento. O meglio: il regresso è la nemesi che colpisce l'impiego di una logica a due valori (o A o non-A) a proposito della relazione tra biologia e cultura."

Infine le abitudini, che come si è detto rappresentano una cristallizzazione della prassi.
Prima, però, bisogna definire due coppie di concetti, ognuna delle quali va a costituire due assi di coordinate perpendicolari.
La prima coppia è costituita da:
- disposizione: l'attitudine a fare o subire qualcosa;
- avvenimento: una singola manifestazione di questa attitudine;
mentre la seconda coppia da:
- grammaticale: tutto ciò che delimita e qualifica la forma di vita specificatamente umana, "modi di agire basilari e invarianti, strutture cognitive fondamentali, immagini del mondo certe come una tautologia". In questa categoria, in sintesi, possiamo ritrovare ciò che Wittgeinstein definiva "modo di comportarsi comune agli uomini" e di cui si è parlato anche nel precedente post;
- empirico: "i fatti della vita, le mosse interne ai diversi giochi linguistici, i fenomeni di cui si può addurre una causa o una ragione, ciò che è accidentale o soggetto al dubbio".


Ciò premesso, Virno afferma che "l'abitudine, cristallo della prassi, è costituita dagli stessi assi perpendicolari che, per altro verso, inducono il blocco del regresso all'infinito. E' costituita, cioè, dalle coppie disposizione-avvenimento e grammaticale-empirico."
Il fatto che le coppie in esame siano "perpendicolari" fra loro e quindi come minimo dialogiche implica che dal loro accoppiamento dinamico si generino le abitudini, che quindi rappresentano dei punti di intersezione antropologici attraverso cui si disinnesca il regresso all'infinito (quello che si è chiamato regresso per presupposizione), che altrimenti si genererebbe senza questa dinamica proiettiva in uno spazio bi-dimensionale.
Nelle parole di Virno si può dire che "sembra lecito affermare, quindi, che l'abitudine ha il suo fulcro nella relazione fra qualcosa di permanente (il grammaticale, la disposizione), che però è intrinsecamente lacunoso, e qualcosa di labile (gli avvenimenti, i fatti empirici), che però è completo in sé stesso."
Ne deriva così un ethos in cui si "ripete sempre di nuovo la correlazione tra disposizione ed avvenimento, grammaticale ed empirico" ed in cui c'è sempre spazio per la novità che si genera appunto dalla dinamica predetta.
In sintesi, le abitudini non restano mai identiche ma cambiano in funzione della dinamica delle coppie (ascissa/ordinata) di cui si è parlato.
Termina qui questa spero interessante "puntata metafisica" innescata dal regresso all'infinito.
Nel prossimo post riprenderò a parlare di coscienza, in particolare secondo la visione di Alva Noe e del suo "Perché non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza" di cui traccerò successivamente alcune analogie con il modello del quantum brain.


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1 commenti:

leo ha detto...

ciao mario, mi piace questo articolo perché chiarisce alcune pagine della mia vetusta tesi di laurea, le parti relative al rito e al discorso del a non-a non non-a. è sempre sottesa una logica frattalica, una dialettica tra non-soluzione e soluzione. in particolare mi colpisce il concetto-pratica di ostacolo e di superamento del medesimo, punto di partenza della mia 'ex-ricerca vetusta di testi :)'
grazie degli stimoli,
a presto,
un caro saluto.
gianluca

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