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sabato 15 gennaio 2011

La causalità mentale (2ª Parte)

Esaminiamo brevemente le soluzioni filosofiche alla sovradeterminazione causale che emerge dall'analisi di Jaegwon Kim e di cui si è parlato nel precedente post.
Il problema, lo ripetiamo, è quello di dimostrare (o meno) l'esistenza di una realtà mentale che può causare stati fisici rispettando il principio di chiusura causale del mondo fisico o dimostrare una dicotomia e, quindi, leggi diverse ed irriducibili per gli stati mentali rispetto a quelli fisici in cui esiste, però, una causalità del mondo mentale su quello fisico.


1. Monismo anomalo: è la posizione di Donald Davidson che non distingue fra stati mentali e stati fisici, ma che prevede che allo stesso evento possano corrispondere due diverse descrizioni. In tal senso, si parla di identità di occorrenza (i "tokens" di cui parlavamo nel post precedente) e la posizione metafisica che prevale è quella materialista, mentre è il linguaggio che da' luogo ad un dualismo che non è realmente tale. Per Davidson il mentale non è un mondo di fatti ma un mondo di norme (normatività del mentale) ed è intrinsecamente olistico (coesistenza di una moltitudine di stati mentali), per cui non è possibile ridurre tale struttura ad una spiegazione fisica. Fondamentale in Davidson è la distinzione fra relazione causale e spiegazione causale, che serve a difendere la sua posizione dalla critica di epifenomenismo del mentale. Pertanto, "un evento è quello che è e le sue proprietà causali non dipendono da come lo descriviamo, in un vocabolario mentale piuttosto che fisico. In questo senso non c'è mistero che un evento individuato mentalmente possa essere una causa" (Paternoster, 2010).
Il mondo mentale sarebbe, dunque, lo stesso mondo fisico osservato da un'altra prospettiva e non ci sarebbe un dualismo delle proprietà. Questa posizione è di tipo materialista e non riduzionista, ma si presta alla sostanziale critica del postulato di identità fra mentale e fisico e della contestuale irriducibilità (l' inspiegabile "anomalia del mentale").

2. Monismo nomologicoinnanzitutto gli stati mentali sopravvengono su quelli fisici e c'è identità di occorrenza fra i due. E' Jerry Fodor a sostenere questa posizione in cui ancora una volta è fondamentale il significato che si attribuisce al concetto di causalità. In particolare, secondo Fodor ci sono delle vere e proprie leggi psicologiche (cioè mentali) che non hanno nulla a che fare con il vocabolario delle scienze della natura (così come l'impetuosità di un fiume è una sua proprietà ma non é descrivibile in un vocabolario fisico) e pertanto è uno pseudo-problema cercare delle leggi ponte fra lo stato mentale e quello fisico, pur essendoci sopravvenienza e identità di occorrenza, come dicevamo poco sopra.
Fodor con la sua posizione difende la liceità di leggi causali nell'ambito delle cosiddette scienze speciali come la psicologia. Il modello di Fodor prevede una "causalità epistemologica" piuttosto che metafisica o nomologico-deduttiva: "l'enfasi è posta sulla spiegazione e sulla previsione, senza richiedere l'esistenza di una presunta relazione oggettiva fra oggetti o eventi" (Paternoster, cit.).
Anche Fodor, però, si è visto costretto a precisare meglio il concetto di causalità e lo ha fatto distinguendo fra efficacia causale, tipica del mondo fisico, e responsabilità causale che caratterizzerebbe il mondo mentale.
Si verrebbe, in tale quadro, a proporre una forma di sopravvenienza fra nessi causali, ossia la responsabilità causale sopravverrebbe sull'efficacia causale. E' evidente che tale posizione non risolve il problema della sovradeterminazione causale, ma si appella ad una non necessità di porre un problema di questo tipo così come non sarebbe evidente l'esistenza di leggi ponte fra fisica e chimica o tra biologia e chimica e quindi la loro stretta identità.


3. Deflazionismo: rappresentanti autorevoli di questo approccio sono Lynne Ruder Baker e Tyler Burge per i quali la nozione di causa è di tipo puramente intenzionale e pertanto bisogna fare riferimento al concetto di scopo dei singoli soggetti. Ne consegue che la spiegazione del concetto di causa è strettamente correlata a quello di scopo e di contesto di un discorso e quindi è rilevante la sola domanda controfattuale in cui ci si chiede "se A non avesse avuto luogo, ceteris paribus B non avrebbe avuto luogo" (Paternoster, cit.). Il presente approccio è di tipo anti-funzionalista e anche di tipo anti-naturalistico sui generis, in quanto pur riconoscendo la causalità degli stati mentali non ravvede alcuna possibilità di spiegarla con un vocabolario fisico negando la stessa sopravvenienza del mentale sul fisico. Per gli appartenenti a questo tipo di approccio, il mentale non è in alcun modo uno stato computazionale né descrivibile come dicevamo con una teoria fisica essendo caratterizzato da una logica completamente diversa.  Anche per i deflazionisti, dunque, il problema della sovradeterminazione causale è mal posto e dunque non è un  problema.
Ci sarebbero, dunque, due diversi tipi di cause e pertanto "il senso in cui gli stati mentali sono causa degli stati fisici non è lo stesso di quello per cui un evento fisico ha una ed una sola causa sufficiente" (Paternoster, cit.). La strategia deflazionista consiste proprio nel depotenziamento della nozione di causa all'interno del principio di chiusura causale del mondo fisico.

4. Neo-riduzionismo: accetta l'idea della sovradeterminazione causale. E' quello proposto dal citato Jaegwon Kim, che identifica le proprietà mentali con quelle fisiche, fatta eccezione per l'ammissione dell'esistenza dei qualia che sono considerati come epifenomeni senza rilevanza causale. E' una forma di funzionalismo riduzionista che però si presta alla critica dell'identità fra M (proprietà mentale) e P (proprietà fisica), cioè alla difficile concepibilità dell'ipotesi che ogni volta che si verifica uno stato M esso abbia la stessa identica proprietà fisica P (Kim ammette la realizzabilità multipla, ossia che ci possano essere più realizzatori fisici P1, ..., Pn a parità di M, ma essi saranno sempre gli stessi relativamente a M).

Un'altra forma di neo-riduzionismo, anche se non tutti saranno d'accordo in quanto dipende da come vengono utilizzate nell'ambito di un modello, è quello delle reti neurali (modelli connessionisti e neo-connessionisti) di cui parlerò in futuro e di cui ho già accennato in altri post (vedi qui).

Come si può notare da quanto detto, nell'affrontare il problema della sovradeterminazione causale è fondamentale precisare il concetto di causa, quello di proprietà e quello di identità da cui dipende il modo di "risolvere" il problema mente-corpo. Se si da' al concetto di causa e di proprietà quello tipico del fisicalismo è quasi inevitabile approdare al neo-riduzionismo o all' eliminativismo, se si depotenzia il concetto di causa si può arrivare fino a forme di deflazionismo anti-naturalista o di vera e propria metafisica della coscienza basata su leggi completamente diverse da quelle fisiche.
Nel caso di leggi e quindi di proprietà diverse si parla di dualismo delle proprietà (ad es. quello di David Chalmers per la coscienza fenomenica), mentre invece nel caso di un approccio che considera il mentale irriducibile agli stati neurobiologici si parla di dualismo epistemologico che si accompagna ad un monismo ontologico (cioè esiste comunque alla base una dipendenza ontologica del mentale dal fisico, ma esiste altresì una descrizione diversa dovuta a modelli epistemologici differenti).
L'emergentismo, ad esempio quello di Douglas Richard Hofstadter e del suo "Anelli nell'Io" (2007), è un approccio che incorre in un dualismo epistemologico all'interno di un monismo ontologico in cui la coscienza diventa una proprietà emergente, che Hofstadter chiama (secondo me impropriamente) epifenomeno, anche se le conferisce un potere causale nell'ambito di un processo ricorsivo. Per Hofstadter quello che noi chiamiamo Io è infatti una "illusione", così come ciò che chiamiamo libero arbitrio assolutamente non esiste.
Ne parleremo nel prossimo post.

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2 commenti:

NICOLA CARA DAMIANI ha detto...

Prof. grazie della lezione , non mi è dato di apprendere la Sua posizione al riguardo delle teorie cognitive testè enunciate . In altri termini : in quale dei 3 gruppi si identifica Ella ? Mi piacere conoscere il Suo punto di vista nei vari approcci : filosofico , cognitivo , sociologico , psicologico . A parte gli scherzi , TU sai che ti seguo con molto interesse e sono curioso di conoscere il TUO pensiero .
Ciao nicola

MarioEs ha detto...

Parto sicuramente da una posizione filosofica di monismo ontologico, ossia la realtà mentale dipende ontologicamente da quella fisica e quindi non condivido alcuna forma di dualismo ontologico, neanche per la cosiddetta questione dei qualia e della coscienza-F (fenomenica).
Poi, come ho detto in questo post occorre approfondire i concetti di causalità, proprietà ed identità.
Ad esempio, la causalità in un sistema complesso è difficile da definire. Le variabili in gioco sono tante e si "intrecciano fra loro" e quindi bisogna avere un buon modello del processo e anche in quel caso l'incertezza e l'imprevedibilità sono difficili da gestire.
Pertanto, nel caso del sistema cervello-mente ritengo che saranno gli sviluppi delle teoria della complessità (che è un approccio interdisciplinare) abbinati ai progressi delle neuroscienze a poter dare dei risultati interessanti.
Se consideriamo, inoltre, i primi passi degli studi degli effetti quantistici anche nella realtà biologica (es. fotosintesi), ci rendiamo conto che "il principio di chiusura causale del mondo fisico" è ancora aperto a sviluppi magari "inattesi", per quanto sia metafisicamente convincente (nel senso che non credo in realtà extra-fisiche) e quindi non dovrebbe essere considerato in chiave riduzionistica o eliminativistica quando lo si applica al sistema cervello-mente. Ovviamente, anche il concetto di "materialismo" va riconsiderato alla luce di quanto detto, senza però farsi prendere da suggestioni spiritualistiche e religiose che sono proprio un'altra cosa (almeno secondo me).
Un saluto :-)

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